Il sogno di Basaglia e gli incubi diurni psichiatrico-parlamentari

di Luigi D’Elia

Sentirsi italiani per molti di noi, operatori della salute mentale, ha significato tra l’altro e forse soprattutto sentirsi connazionali di Franco Basaglia, lo psichiatra che ha dato onore all’Italia dando il proprio nome alla legge 180, che come non tutti sanno, si limita a decidere della chiusura dei manicomi e a regolare l’attività del Trattamento Sanitario Obbligatorio.

L’opera e la vita di Basaglia hanno rappresentato in tutto il mondo un esempio da imitare per innovazione e coraggio, una felice saldatura tra pensiero e azione sociale che raramente è riscontrabile in altri ambiti, un esempio che è stato di fatto ispiratore delle leggi attuative e dei progetti-obiettivo successivi alla 180.

Se volessimo individuare un tema centrale in tale pensiero-azione di Basaglia, non senza un certo arbitrio, forse potremmo indicare la necessità per tutta la società civile e per ciascuno di noi di riconfigurare radicalmente il proprio personale rapporto con la sofferenza psichica e con chi ne è suo malgrado portatore: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’ essere”.

Il sogno di Basaglia era dunque la creazione delle condizioni umane e ambientali idonee alla vita dei sofferenti negli stessi spazi sociali di ciascun altro e comunque nelle condizioni cliniche più idonee e rispettose. Parafrasando un altro grande, Winnicott, il problema della sofferenza psichica è sopportarla, non solo per chi la “porta” in prima persona, ma anche per l’ambiente in cui una persona esiste, la sua famiglia, i suoi mondi. Rendere sopportabile la sofferenza mentale è la sfida ineludibile di una società che vuole dirsi civile, è la premessa per ogni forma di cura. Viceversa aver paura della follia e soggiacervi attraverso i suoi processi immunitari significa in sostanza vivere – tutti – in un incubo.

Questo sogno in fondo così semplice, dopo la legge 180 e poi la morte troppo precoce di Basaglia, si è solo in parte realizzato e laddove ciò è accaduto ha dato evidente prova di non essere solo un sogno, bensì una lucidissima e molto concreta realtà. Quando il servizio sanitario nazionale è riuscito a trovare le giuste sinergie con un privato-sociale territoriale di qualità o ha avuto risorse e capacità di costruire servizi socio-sanitari pensati, curati, la qualità di vita della persone sofferenti e delle loro famiglie è verticalmente migliorata, a vantaggio di tutti. Ma di questi mille piccoli miracoli quotidiani sparsi in tutta la penisola in genere non si parla e si sa molto poco.

Ma questo purtroppo non è accaduto capillarmente in ogni angolo della nazione, e non certo per colpa di una legge che si limitava a chiudere una vergogna nazionale o per i cambiamenti culturali che il pensiero di Basaglia ha rappresentato, ma soprattutto perché a gestire questi processi di cambiamento sono state spesso e volentieri istituzioni e strutture (mediche, sociali, politiche) non in grado di governare la complessità che la riforma richiedeva, e laddove le condizioni socio-economiche (e talora culturali) erano meno propizie, centro-sud in particolare, anche la cura e l’assistenza alla malattia mentale (come tutto il resto) hanno seguito l’andazzo di sempre. E nel caso della psichiatria l’andazzo di sempre, quando mancano risorse, culture istituzionali adeguate e formazione degli operatori è, quando va bene, la gestione custodialistica, iperfarmacologica, quando va male è l’abbandono dei pazienti e delle loro famiglie.

Il manicomio dietro l’angolo

Basaglia ci ha anche insegnato che il manicomio è una condizione più che un luogo, o meglio una condizione umana che diventa poi un luogo e una prassi disumanizzante. Ogni servizio alla persona può in men che non si dica trasformarsi in manicomio se non avviene una ordinaria, ma attentissima, manutenzione quotidiana degli ambienti, delle relazioni, dei dispositivi organizzativi. Anche i migliori luoghi di cura diventano manicomio appena ci si distrae un momento ed è superfluo dire che la gran parte dei presidi assistenziali privati e pubblici sono già da sempre manicomi, nell’accezione intrinseca (o comunque cronicizzante) che qui gli stiamo attribuendo e spesso il manicomio comincia nelle culture formative degli operatori e delle istituzioni che dovrebbero formarli. Chi come noi ha lavorato molti anni in psichiatria questo lo sa benissimo.

Fare una legge e non mettere gli operatori del settore nella condizione di essere efficaci (non pagarli, non riconoscerli, precarizzarli, non formarli), o fare una legge e non realizzare strumenti di verifica dei risultati (valutazione di processo e di esito), o fare una legge e non prevedere una programmazione nazionale a partire da questi elementari principi etico-scientifici, tutto ciò significa (ri)consegnare la psichiatria nelle mani di una aziendalizzazione alienante e disumanizzante che replica se stessa all’infinito e che perde di vista i suoi scopi sociali (e produce alla fine di questo processo proposte di legge come questa che contestiamo).

Ebbene la nuova legge in discussione del Parlamento e che vorrebbe riformare la precedente (non applicata) in questi giorni altro non è che il compiaciuto rassegnarsi a queste forze dissipative e nichilistiche che sono insite nella nostra società, un’apologia dell’impotenza del fare e del curare elevata a legge, una strizzatina d’occhio a quelle paure che sono forme di schiavitù collettiva e che oggi sono diventate denotative di larghe fette dell’elettorato reazionario e conservatore a cui questi legislatori e i loro cartelli di fatto si rivolgono. Si vorrebbe in sostanza bypassare la usuale e onerosa fatica ed il necessario impiego di risorse umane ed economiche per la cura e assistenza di questa sfortunata popolazione di concittadini, risolvendo con preoccupante sbrigatività il problema-follia che riguarda tutti militarizzando le relazioni e le regole d’ingaggio della cura, vanificandola di fatto.

Una legge che usa le persone sofferenti come scudi umani per consensi politico-elettorali panici in un disperato quanto inutile tentativo da parte di una classe politica di sopravvivere a se stessa, provando a strappare i consensi più irrazionali alla vigilia di cambiamenti che probabilmente la vedranno scomparire. Un disperato tentativo di sopravvivenza di queste forze politiche morenti dunque che però risulta mortifero per tutti noi e per il grado di civiltà del nostro paese.

Il biopotere psichiatrico elevato a legge

Esiste però un passaggio di tutto l’articolato della legge in questione che a noi risulta il più “preoccupante” di tutti, ed è quello relativo all’art. 4 dove viene esplicitato un nuovo compito attribuito al medico del SSN, a qualunque medico, tra l’altro, neanche lo specialista. Tale compito consisterebbe, per diretta emanazione legislativa, di stabilire tramite accertamenti se una persona che sta male necessita di cure forzose oppure no e questo accertamento – è scritto – deve essere “prevalente sul diritto alla libertà individuale del cittadino”. Un medico il quale per legge oggi diventa, riguardo la patologia psichica, non più curante, bensì accertatore e controllore dirimente la riduzione dei diritti civili individuali del cittadino, di fatto svolge un prevalente ruolo di pubblico ufficiale sulla base di un’idea di salute e di gestione dell’ordine pubblico basato sul nulla. O meglio, basato sulle contingenti e fallibilissime convinzioni personali di quel medico e non certo su “scienza e coscienza” e responsabilità medica. Tanto più che secondo la proposta è sufficiente essere parte del SSN, come se questo fosse in sé garanzia di qualcosa.

Può lo Stato, nascosto nelle asettiche pieghe di un camice bianco di un medico qualunque, imporre un’idea di restringimento dei diritti civili su presunti criteri medico-naturalistici? Non è più chiaro e meno ambiguo, nei rari ed effettivi casi di pericolosità per sé e per gli altri, fare riferimento come già avviene, alla legge già esistente piuttosto che crearne una speciale, custodialistica e liberticida, solo per chi soffre di patologie psichiatriche?

Vorremmo chiedere, anzi vorremmo pretendere dal legislatore una maggiore cultura storica e filosofica perché comprenda quanto di orwelliano e antistorico c’è nelle pieghe di questa pretesa attribuzione al medico di funzioni sociali che non gli appartengono e non devono appartenergli in nessun modo. Il medico-sceriffo controllore sociale che scova il folle e lo costringe a curarsi, questo medico militarizzato al di sopra del bene e del male in quanto detentore di un sapere tecnico-naturalistico, è davvero qualcosa di pericolosamente inverosimile nel 2012 nel mondo occidentale. A meno che non si pensi che anche i diritti civili universalmente riconosciuti siano solo carta straccia, dei costrutti qualunque che possiamo sospendere a piacimento. Ed allora giù la maschera e si dica fino in fondo che con questa legge si vuole ripristinare un regime poliziesco che intende soppiantare una cura che è stata dichiarata da costoro fallita.

Certamente non da noi, che quotidianamente lavoriamo con la sofferenza psichica nel segno e nel sogno realistico di Franco Basaglia.

http://manicomionograzie.it/

Chiara Santi

Author: Chiara Santi

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