A dieta…d’informazioni utili

SEGNALAZIONE

Ancora una volta dall’America sembra arrivare un forte segnale contro l’obesità ma che può mandare un messaggio paradosso ossia quello di spingere i più giovani, in particolare le bambine, verso l’anoressia! Questo il link reperito sul web a cura della redazione del corrieredellasera.it

Lettera firmata

ARTICOLO ORIGINALE

IN LIBRERIA A OTTOBRE NEGLI USA

Maggie e la dieta a 14 anni: le polemiche del libro che «spinge all’anoressia»

Ma l’obiettivo dell’autore è combattere l’obesità infantile

MILANO – Una ragazzina in evidente sovrappeso finge di provarsi un vestitino rosa di almeno tre taglie più piccolo davanti allo specchio, che riflette un’immagine di lei più magra della realtà. Fa discutere fin dalla cover il libro per ragazzi «Maggie Goes On A Diet», destinato a bambini dai 6 anni in su e in vendita dal prossimo ottobre negli Usa (ma è già prenotabile sui siti di Barnes & Noble e Amazon, che ha anche abbassato la soglia dell’età dai 4 agli 8 anni), perché la teenager ritratta in copertina è la Maggie di cui si parla nel titolo, «una 14enne in forte sovrappeso che diventa una star della squadra di calcio della scuola dopo una drastica perdita di peso», come si legge nel riassunto sul retro.

IL MESSAGGIO – Scritto e pubblicato da Paul Kramer, che vive alle Hawaii ed è già autore di altri volumi per ragazzi, in realtà il libro muoveva da una nobilissima intenzione: ovvero, combattere la dilagante obesità infantile che ha colpito gli Stati Uniti, dove si è registrato un aumento del 119% di bimbi obesi fra il 1999 e il 2006. Ma a detta degli esperti il messaggio che rimanda è di ben altra natura, perché incoraggerebbe i teenager a mettersi a dieta, rischiando di spingerli nell’inferno dell’anoressia. «Ormai le preoccupazioni per il peso e la taglia colpiscono ragazzini sempre più piccoli – ha detto Susan Ringwood, dellacharity «Beating Eating Disorders» al quotidiano inglese «The Independent» – e così ci ritroviamo con bambini di 6-7 anni convinti che la loro taglia già dica come sono in realtà e che grande è uguale a grasso, che è uguale a impopolare. Di per sé, la dieta non causa un disturbo alimentare, ma la combinazione fra questa e la bassa autostima, legata all’immagine che si ha di sé, ne aumenta considerevolmente il rischio. Ecco perché i bambini dovrebbero mettersi a dieta solo con la supervisione dei medici e devono aumentare di peso in maniera costante durante tutta la crescita, perché necessitano di una gamma di sostanze nutritive per svilupparsi».

LE CRITICHE – Ma anche gli stessi genitori si scagliano contro Maggie e la sua dieta. «Questo libro è un vero abominio – ha scritto una certa Lisa Hutchison nel forum di Amazon, ripreso dal «Daily Mail»– perché ci vuole davvero poco a scatenare i disordini alimentari in un bambino e leggerlo ai figli equivale ad un abuso». «È da irresponsabili equiparare la magrezza alla fiducia in se stessi – è il commento di tale E. Williams sul medesimo forum – ed è fuorviante far passare l’idea che il peso sia qualcosa che si può o si dovrebbe controllare, perché solo il 5% di coloro che si mettono a dieta riescono a mantenere il nuovo peso». E durissimo nei confronti di «Maggie Goes On A Diet» è anche il giudizio espresso sul «Guardian» che ha tentato inutilmente di contattare Kramer per un suo commento al polverone forse involontariamente scatenato.

Simona Marchetti

19 agosto 2011 21:04

COMMENTO REDAZIONALE DELLE DR.SSE GABRIELLA ALLERUZZO E SARA GINANNESCHI

Purtroppo la redazione non ha ricevuto in tempo il libro di Kramer per poterlo correttamente commentare quindi, ci baseremo esclusivamente sull’articolo della Dr.ssa Marchetti al fine di fornire un commento di approfondimento sul tema; ci preme intanto fare un po’ di chiarezza perché, all’interno dello stesso articolo si leggono alcune imprecisioni e forse, vale davvero la pena, riproporre i fondamenti dei disturbi alimentari, alla luce delle nuove scoperte scientifiche in questo campo.

Secondo vari autori che fin dagli anni ’80 si sono occupati di disturbi alimentari, il nucleo patogenetico è sempre composto da bassa autostima, depressione, sofferenza causata dalla mancata corrispondenza tra peso reale ed ideale, secondo un complesso insieme di fattori socioculturali e familiari, individuali, ma anche biologici predisponenti alla patologia psicologica e vari eventi di vita stressogeni, sia momentanei che cronici. Nell’articolo troviamo conferma di quanto appena detto nel pensiero della Ringwood della Beating Eating Disorders: “Di per sé, la dieta non causa un disturbo alimentare, ma la combinazione fra questa e la bassa autostima, legata all’immagine che si ha di sé, ne aumenta considerevolmente il rischio”.

Quello che forse è importante qui sottolineare è appunto l’importanza dei fattori predisponenti, ossia individuali e socioculturali. Il messaggio mediatico è chiaro: magro è bello, magro è vincente! Non ci sono dubbi! La copertina del libro di Kramer richiama certamente questo concetto: la ragazzina si vede allo specchio magra e sorride a quell’immagine…che però non corrisponde alla sua, siamo dunque di fronte ad una fantasia per la quale “se questo vestitino striminzito mi entrasse sarei “ok”?” o ad una conclamata dismorfofobia?

È importante parlare di obesità ed è fondamentale contrastarla come una patologia, anche perché spesso non viene “presa sul serio”; basti pensare alle varie gare in cui si sfidano l’uomo o la donna più grassa, con tanto di applausi e banchetto di festeggiamento al vincitore! Grasso è bello? No di certo! Ma di sicuro al “più ciccione d’Italia” non sembra neanche una malattia, ma qualcosa sulla quale si possono fare due risate.

Sarebbe importante sensibilizzare la popolazione su quello che l’obesità comporta in termini di salute fisica, dai gravi rischi cardiaci, a quelli meno preoccupanti di natura ortopedica, ma anche andare a valutare che “peso” ha tutto questo (perdonate il gioco di parole) a livello psicologico.

Se l’obesità è un pericolo, ma la dieta potrebbe essere un fattore precipitante per l’anoressia, qual è il rimedio giusto?

Indubbiamente parlare di dieta può risultare fuorviante perché il termine sembra sempre sottintendere l’aggettivo qualificativo: “restrittiva” o “dimagrante”, ma quello che forse vorrebbe suggerire Kramer è piuttosto “equilibrata”. La Maggie di Kramer infatti, non dimagrisce per fare la modella o diventare popolare a scuola, ma «diventa una star della squadra di calcio della scuola». Il modello che sembra suggerire l’autore del libro non è quello di bellezza che invece appare più chiaramente sulla copertina, bensì di dinamicità e salute.

Nella realtà statunitense, un’iniziativa che riteniamo molto interessante è quella avviata dal Cornell Center for Behavioral Economics in Child Nutrition Programs (BEN), della Cornell University. Il centro mira a incoraggiare i bambini a compiere scelte di cibi più sani e con il programma Smarter Lunchroom Initiativefornisce alle scuole delle indicazioni, basate su ricerche, su come organizzare a basso costo o a costo zero delle sale mensa che favoriscano in modo sottile delle scelte più sane. Si tratta in parte degli stessi principi psicologici comportamentali utilizzati nella grande distribuzione (“Labirinto Ikea”: ecco perché non puoi uscirne a mani vuote) ma con fini salutistici. I risultati sono molto incoraggianti, ad esempio si è visto che è sufficiente offrire la frutta in ciotole colorate per raddoppiarne il consumo, e lo stesso è accaduto assegnando nei nomi accattivanti ai piatti a base di verdura. Anche il posizionamento dei cibi, più o meno sani, nel percorso si è rivelato strategico per la loro scelta. Inoltre anche la dimensione di piatti e posate è influente sulla quantità di cibo consumato. Le dimensioni funzionano come un’illusione ottica: piatti, ciotole e bicchieri più grandi inducono a mangiare o bere di più, mentre mangiare con posate più grandi, cioè svuotare il piatto più rapidamente, induce a mangiare meno in quanto anche in questo caso interviene la percezione visiva a dare un feedback sulla quantità di cibo consumato (è noto che il senso di sazietà fisiologico sopraggiunge con un certo ritardo di tempo).

Qui è scaricabile un .pdf che sintetizza graficamente e con brevi didascalie (in inglese) diversi suggerimenti messi in atto in varie mense e di cui è stata testata l’efficacia.

E’ inutile dire che le mense scolastiche sono di importanza strategica per una corretta alimentazione e per la prevenzione dell’obesità infantile, in quanto moltissimi bambini e adolescenti usufruiscono delle stesse quotidianamente. Queste soluzioni comportamentali hanno inoltre l’indiscusso vantaggio di far leva su dimensioni psicologiche inconsce; in questo modo si evita di suscitare nei bambini la resistenza controproducente che proviene dal sentirsi forzati a mangiare determinati cibi ma piuttosto li si incoraggia a fare la scelta giusta da soli.

Questi strumenti purtroppo sono poco applicabili nella grande maggioranza delle scuole italiane, dove la mensa è strutturata in modo che gli studenti non hanno a disposizione delle opzioni nel menù ma ricevono una composizione di cibi uguale per tutti, cosicché ciascuno ha a disposizione un pasto completo ma mangia di quello soltanto la parte che desidera (in genere poca, con la conseguenza che in molte mense scolastiche gli sprechi sono notevoli). Tuttavia gli architetti delle scelte possono ripensare la somministrazione del cibo anche in base a queste esperienze e progettare per il futuro delle sale mensa diversamente organizzate.

Accanto a questi possibili scenari, riteniamo in ogni caso che il concetto di salute, libertà di movimenti, stile di vita sano e possibilmente all’aria aperta sia il messaggio che dovrebbe sempre sottintendere l’invito alla cura del corpo, che invece poco dovrebbe invece avere a che fare con l’essere attraenti o sessualmente desiderabili. Sono infatti quest’ultimi ad indurre soprattutto i più giovani a pensare al proprio corpo come strumento di seduzione ed a volerlo quindi adattare a degli standard proposti dai media, dai giocattoli (mai vista una Barbie cicciottella o bassina) e dalle altre varie pressioni culturali; sarebbe più utile disegnare un modello di funzionalità in cui esiste un “giusto individualizzato” che non è per forza identificato in una taglia od un peso, ma che indica semplicemente salute!

PARERE DEL DR. EMANUEL MIAN

L’articolo in questione si riferisce ad un libro che, partendo da un nobile intento, ossia il combattere la dilagante (negli USA ma presto anche in Italia stando al trend attuale) obesità infantile, ha scatenato le polemiche di chi l’ha letto e di chi ne ha inteso unicamente i contenuti da riassunti presenti in rete.

Riservandomi di leggere il testo non appena disponibile in Italia (le vendite sono da poco iniziate negli USA), mi baserò sugli stralci già reperibili e sull’articolo del Corriere.

Partiamo dai fatti: uno scrittore di libri per ragazzi scrive un’opera rivolta a bambini dai 6 anni d’età in merito ad una bimba che lotta con il cibo ed il proprio peso. Affrontare un argomento di questo tipo non è facile e qualsiasi scelta autoriale può essere vista sotto diversi punti di vista, spesso antitetici fra loro.

Il mio parere verte sulle conoscenze al momento disponibili riguardo i fattori scatenanti e di mantenimento dei disturbi del comportamento alimentare.

Psicopatologie che il libro vorrebbe prevenire e su cui intenderebbe sensibilizzare.

Il libro, sostengono gli “esperti” (quali? Dato che non vengono citati), inciterebbe alla dieta che potrebbe far sfociare nell’anoressia.

Il Corriere parla unicamente dell’anoressia nervosa senza citare la ben più presente bulimia nervosa (secondo le fonti Eurispesvi sono 9-12 nuovi casi ogni 100.000 persone di quest’ultima rispetto ai 4-8 ogni 100.000 della prima) dimenticando che esiste persino la sindrome da alimentazione incontrollata o binge eating disorder.

Siamo abituati a questo genere di disattenzioni, dove i disturbi alimentari, per fare notizia, devono essere rappresentati o dalla modella scheletrica o dal “solito” Manuel Uribe di turno con 300kg e oltre.

Indipendentemente da questo, basandomi sul breve riassunto del libro posto su Amazon.Com, mi resta impressa una frase: “Through time, exercise and hard work, Maggie becomes more and more confident and develops a positive self image.” Trad: “Con il tempo, l’esercizio ed il duro lavoro, Maggie diviene sempre più fiduciosa e sviluppa una immagine corporea positiva”.

Mi chiedo, cosa ci sia di male in questa frase, ben rappresentativa di quanto accade anche nella terapia del sovrappeso e obesità, a prescindere se psicogeni o meno.

È infatti questo insegnamento, quello del duro e costante lavoro su di sé, ad essere foriero di risultati in Maggie che, ricordiamo, è affetta da un peso eccessivo.

Problema che è risolvibile, ma non solo con la dieta, bensì con un costante e lungo lavoro sui comportamenti verso il cibo e sulla gestione delle emozioni, tanto per fare un esempio di intervento.

Il disturbo alimentare, che di norma inizia con una dieta (tipicamente “fai da te”) esige risultati nel breve o brevissimo periodo, esplorando anche il compenso dato dal “vomito autoindotto o dall’abuso di lassativi-diuretici”, dal digiuno o dall’alimentazione ortoressica con la suddivisione dei cibi in “buoni o cattivi” a seconda del contenuto calorico ad esempio” e dall’attività fisica ossessiva.

Pertanto, non è la dieta unicamente il problema, ma le motivazioni che portano i giovani a mettersi a dieta (anche quando non ci sarebbe motivo di perdere o tenere controllato il peso) che conducono eventualmente al disturbo alimentare.

La dieta fine a sé stessa ed il porsi sotto regime di restrizione alimentare, sono uno dei fattori scatenanti e di mantenimento, ma non gli unici ed i soli.

Altrimenti, dato che quasi la totalità di chi sta leggendo in questo momento si è posta una volta nella vita sotto un regime alimentare più controllato, soffrirebbe di un disturbo del comportamento alimentare. Per fortuna non è così.

Il libro di Kramer parte da un reale problema di peso della giovane Maggie.

Pertanto potrebbe anche essere un sano motivatore per coloro che non riescono a chiedere aiuto o a riconoscere alcuni comportamenti disfunzionali verso il cibo.

Vi sono alcuni passi che trattano proprio il “binge eating”, come ad esempio quando si parla della ricerca di Maggie di una speranza per stare meglio svuotando il frigo. Argomenti che servono a comprendere il disagio e a spiegare con semplicità cosa significa l’alimentazione compulsiva.

Il libro, inoltre, tratta la stigma verso l’obesità, parlando dei nomignoli con cui la giovane viene apostrofata dai compagni di scuola, e anche questo reputo sia un tema importante da affrontare con i bambini, per non fare sentire diverso chi soffre, per comprendere i confini della sua sofferenza ed evitare lo scherno facilitando, si spera, la comprensione del disagio.

Un messaggio che forse è criticabile, del libro di Kramer, è che “devi perdere peso” per essere normale, di successo e accettato. Se un adulto comprende le sfumature della vita, e cioè che non basta proprio per nulla essere magri per esserlo, un bambino o un preadolescente/adolescente, può non coglierle, rimanendo intrappolato nel connubio “magro=buono e grasso=cattivo”.

Inoltre, in base a quanto ho potuto vedere, sembra che la stima di sé sia collegata unicamente al corpo ed al peso, mentre i fattori di autoefficacia e di adeguatezza, sono anche altri.

Per quanto attiene all’OPM ed al suo controllo sui media quando si tratta di parlare di psicologia, direi che l’articolo ha mancato di dare informazioni utili sul fatto che i disturbi alimentari sono una psicopatologia e che hanno nel comportamento verso il cibo unicamente il sintomo e non la spiegazione.

Affrontare unicamente sotto l’aspetto nutrizionale una paziente anoressica o bulimica, senza sfiorare minimamente le emozioni ed i pensieri/credenze disfunzionali che sottostanno a tali comportamenti, oltre che inutile, potrebbe anche comportare un inasprimento degli agiti stessi.

Inoltre, utilizzare come esperti oppure opinionisti i forumisti, fa scadere i disturbi alimentari in “chiacchiere da quartiere” quando in realtà sono problematiche che vanno affrontate di petto e con competenza specifica.

Sebbene mi riservi di leggere il libro in questione, e ci siano alcune criticità che imputo alla buonafede dello scrittore ed alla difficoltà del tema, che comunque è stato coraggioso ad affrontare in una età dove molto c’è ancora da plasmare, ritengo che forse si è fatto del sensazionalismo e cattiva informazione, senza conoscere veramente cosa sia un disturbo alimentare, le sue cure, i referenti specifici professionali cui rivolgersi e senza valutare bene l’opera dell’autore.

Se bastasse un libro per diventare bulimici, anoressici o binge-eaters, tutta la popolazione di adolescenti sarebbe a rischio, e questo libro meriterebbe il bando, cosa che mi auspico non avvenga.

Questo perché i bambini, molto spesso, sono più saggi degli adulti, e stupiscono per buonsenso e misura, anche di fronte a comportamenti conformisti verso la perfezione, come quelli che erroneamente si pensa che questo libro possa essere in grado di scatenare.

Chiara Santi

Author: Chiara Santi

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