Un cerotto per l’anima. La lesione psichica grave.

SEGNALAZIONE

NanoPress Cronaca 18 Aprile 2011

Asilo “Cip e Ciop”, lesioni psichiche gravi per 15 bambini

La perizia psichiatrica effettuata, sui bambini dell’asilo “Cip e Ciop” di Pistoia, ha evidenziato lesioni psichiche per tutti e diciotto i bambini esaminati. Quindici bambini hanno lesioni psichiche gravi, guaribili in quaranta giorni. I restanti tre hanno lesioni psichiche indotte perché hanno assistito alle violenze subite dagli altri bambini. La perizia rientra nell’ambito del processo, per violenza sui minori, alle maestre Anna Laura Scuderi ed Elena Pesce.

Bologna Notizie. Com 18 Aprile 2011

GENOVA, 18 APR.La perizia psichiatrica eseguita sui diciotto bambini dell’asilo Cip e Ciop di Pistoia, vittime dei maltrattamenti da parte delle maestre, ha evidenziato per quindici di loro lesioni psichiche gravi con esito superiore ai quaranta giorni, tre di loro avrebbero subito maltrattamenti psicologici indotti da quanto hanno visto, ma non lesioni psichiche. I diciotto bambini che all’epoca dei fatti avevano dai tre ai cinque anni, hanno tutti riportato sintomi post-traumatici da stress, alcuni si rifiutano di mangiare altri faticano a dormire. La perizia sui bambini è stata eseguita dal professor Paolo Cornaglia Ferraris dalla dottoressa Susanna Mazzucchelli.

Le violenze fisiche e psicologiche riprese dalle telecamere di sorveglianza e diffuse dai media, nel dicembre 2009, mostravano le maestre prendere a schiaffi i piccoli o costringerli dentro uno sgabuzzino buio o in piedi in un angolo. Anna Laura Scuderi, 41 anni, titolare della scuola d’infanzia ed Elena Pesce, 28 anni, dovranno rispondere di maltrattamenti in concorso e continuati su minori. Eseguita la perizia, il processo che si svolge con rito abbreviato a Genova potrà proseguire, nell’udienza del 6 giugno inizierà la discussione della perizia davanti al gup.

Sky.it Tg24 18 Aprile 2011

Asilo Cip e Ciop, su 15 bambini riscontrate “gravi lesioni”

È l’esito della perizia psichiatrica alla quale sono stati sottoposti 18 bimbi della materna di Pistoia. Tutti hanno riportato sintomi post-traumatici da stress. Per i presunti maltrattamenti sui minori sono imputate due maestre.

Tutti i bimbi dell’asilo Cip e Ciop di Pistoia sottoposti a perizia psichiatrica hanno riportato sintomi post-traumatici da stress: è l’esito della perizia psichiatrica condotta dal professor Paolo Cornaglia Ferraris e dalla dottoressa Susanna Mazzucchelli depositata il 18 aprile al palazzo di giustizia a Genova. In tutto sono stati sottoposti a perizia 18 bambini: su 15 di questi sono state riscontrate lesioni psichiche gravi con esito superiore ai 40 giorni, mentre gli altri tre hanno subito maltrattamenti psicologici indotti da quanto hanno visto, ma non lesioni psichiche gravi.

A processo davanti al gup Roberto Fucigna sono due le maestre Anna Laura Scuderi ed Elena Pesce, accusate di maltrattamenti in concorso e continuati su minori. Si attendeva l’esito di questa perizia per proseguire col processo che si celebra con rito abbreviato. Nell’udienza del 6 giugno è previsto l’inizio della discussione della perizia davanti al gup.

COMMENTO REDAZIONALE A CURA DELLE DR.SSE ANNA BARRACCO E SARA GINANNESCHI

Abbiamo preso alcuni degli articoli apparsi negli scorsi mesi sull’esito della perizia psicologica dei bambini che frequentavano l’asilo nido Cip e Ciop di Pistoia, non tanto per addentrarci nella questione, quanto per spiegare che cosa significhi il termine “lesione psichica” o “grave lesione psichica” ed i relativi termini di guarigione.

Gli utenti di Osservatorio Psicologia nei Media che ci hanno inviato tale segnalazione, si sono infatti stupiti di come, una “lesione psichica grave” potesse essere “guaribile in 40 giorni”.

Facciamo un po’ di chiarezza.

La spiegazione deve necessariamente partire un po’ da lontano e se certamente si rischia di annoiare il lettore, non è possibile illustrare il concetto di lesione psichica senza partire da quello di DANNO BIOLOGICO; esso comprende ogni modo d’essere e potenzialità dell’essere umano, comprese le manifestazioni dell’individuo riguardanti la sfera relazionale, la vita affettiva, la funzionalità cognitiva, la personalità nel suo insieme. Il danno fisico viene quindi distinto da quello psicologico, da quello morale e da quello esistenziale, ma tra gli ultimi tre esistono ancora grandi aree di sovrapposizione sia di natura diagnostica che prognostica.

Quello che accomuna questi ultimi tre tipi di danno è certamente il fatto che per la legislatura “non hanno alcuna manifestazione esteriore tangibile”, intendendo con questi termini una lesione strutturale dell’individuo (abrasioni, contusioni, fratture, …). In realtà la manifestazione esteriore c’è e può essere di natura comportamentale, relazionale ed anche emotiva. Questo nel danno esistenziale si traduce con una modalità di vivere la propria vita in modo diverso in termini di progettualità rispetto alla propria esistenza ed alle aspettative circa il futuro e la capacità di realizzare i personali progetti di vita. Il danno esistenziale rappresenta una compromissione dell’espressione soggettiva della personalità, modificando lo stile e la qualità della vita andando ad incidere sui rapporti sociali, la famiglia, gli affetti, la libertà di autodeterminazione ed il lavoro, in un’ottica relazionale ed emotiva.

Volendo affrontare le differenze fra i vari danni subiti dalle persone, è bene rilevare che in primo luogo il danno psichico deve fondarsi su una psicopatologia, cioè su un’alterazione patologica delle funzioni psichiche dell’individuo.

Contrariamente il danno morale non costituisce una vera e propria psicopatologia, è infatti fonte di sofferenza per chi subisce il danno, ma non altera in senso patologico le sue funzioni psichiche.

Il danno morale, non comporta una perdita o una riduzione di attività ordinarie della vita, ma solo una sensazione di dolore che non inficia la normale vita di relazione interna ed esterna.

L’approfondimento di questi concetti,mutuati dalle discipline psicologiche forensi, di per sé può essere sufficiente a mitigare lo stupore che il riferimento alle “lesioni psichiche” e ad un tempo definito di remissione, può portare con sé.

In ambito peritale è infatti è necessaria una quantificazione quanto più possibile precisa del danno, dal momento che è sulla base di questa determinazione che vengono poi stabilite le misure risarcitorie.

Questo dato di fatto, in realtà, non elimina del tutto i dilemmi, etici e clinici, che ci si trova, in casi come questi ad affrontare, come professionisti.

Il dato clinico-diagnostico, infatti, non è statico e misurabile nel “qui e ora”, come avviene nel caso del dato fisico o fisiologico, o meglio ogni rilevazione porta con sé la potenzialità di una riedizione del trauma, di una sua possibile riattualizzazione, ovvero – al contrario – può gettare le basi per un trattamento.

I “quaranta giorni” del caso  in questione, potrebbero riferirsi, per esempio, al tempo necessario alla remissione del disturbo post-traumatico da stress nell’ipotesi in cui i bambini accedano in tempi brevi  ad uno specifico trattamento. Nel caso in cui questo invece non potesse essere realizzato, è facile che questa prognosi possa non essere più attendibile.

In altre parole, nel caso di traumi e della loro rilevazione in ambito peritale, è facile che i meccanismi stessi, i processi e le logiche che informano l’iter di accertamento delle responsabilità civili e penali dei soggetti coinvolti, incida in modo diretto e indiretto sull’entità del danno, determinando un quadro complesso, in cui diventa spesso assai arduo distinguere e separare gli elementi specifici, ascrivibili alla causa originaria, dagli elementi aspecifici, “iatrogeni” potremmo dire, volendo dare a questo termine un significato traslato, tale da includere i fenomeni detti di “vittimizzazione”, secondari agli accertamenti e alle indagini giudiziarie, comprendendo in questo anche tutti i correlati mediatici.

La medicina e la psicologia forense hanno sviluppato, nel tempo, tecniche e linguaggi atti ad armonizzare le esigenze della giustizia con quelle della salute e della sua espressione compiuta, intesa come espressione della soggettività, e questo ha portato, nel tempo, al consolidamento di alcune “prassi” condivise.

Tanto per fare un esempio, chi raccoglie la rivelazione del minore vittima di maltrattamenti, dal momento che diviene testimone, non dovrebbe più intrattenersi con la presunta vittima, per non inquinare la “prova” e anche per non modificare la propria testimonianza che – se esposta ad ulteriori stimoli successivi – potrebbe poi non essere facilmente recuperabile e potrebbe integrare altre suggestioni, altri elementi, derivati da riflessioni e fantasie successive.

Questo in alcuni casi fa sì che gli psicologi che raccolgono, magari nell’ambito degli sportelli scolastici o territoriali, importanti rivelazioni relative a gravi abusi subiti, non possano poi proseguire la consultazione, e si trovino dunque ad esaurire il loro compito con la segnalazione alle autorità competenti, le quali saranno investite dell’onere di predisporre il piano di trattamento. Tale piano dovrà, in ogni caso, armonizzarsi con l’esigenza di raccogliere gli elementi probatori attraverso gli strumenti previsti dalle prassi giudiziarie (per es. l’audizione protetta).

È facilmente intuibile come queste prassi non possano che interferire pesantemente, e in alcuni casi rivelarsi addirittura in contrasto, con quello che il buon senso detterebbe nel caso lo psicologo o lo psicoterapeuta fosse semplicemente confrontato con una richiesta di cura.

Lo psicologo che raccogliesse la rivelazione, si troverebbe nella condizione privilegiata in ordine alla possibilità di proseguire la consultazione, dal momento che nel campo psicologico, la rivelazione di un trauma costituisce di per sé un elemento terapeutico. Il sollievo che la vittima prova nell’aver trovato un “luogo” in cui depositare il suo fardello, la spinge nella maggior parte dei casi a desiderare di poter procedere nella consultazione, ma questo effettivamente contrasta con la possibilità che la deposizione, in quanto tale, venga mantenuta inalterata, e non subentrino, quale fattore terapeutico e spontaneamente riparatorio, altre considerazioni, fantasie, ecc. la cui valutazione a quel punto diviene materia soggetta alla regola – e alla garanzia – del contraddittorio.

Si crea quindi una divaricazione, che non può che essere artificiosa, se considerata dal punto di vista clinico, fra il momento terapeutico (che pure deve iniziare quanto prima, dal momento che è provato che – specialmente nel caso di traumi psichici specifici –  la remissione dei sintomi e il recupero della funzionalità psichica è tanto più precoce quanto più pronto è l’intervento terapeutico) e il momento della raccolta dei dati probatori.

I contesti in cui questi due momenti devono realizzarsi, tendono a scindersi,il che non è senza conseguenze, tuttavia, inevitabilmente, sul soggetto e anche sui soggetti indirettamente coinvolti, come possono essere, per esempio, in questo caso,  i genitori dei piccoli.

Ogni riattivazione del discorso giudiziario comporta, direttamente o indirettamente, una riattualizzazione del trauma con conseguente ridotta possibilità integrativa e terapeutica.

È vero che oggi, proprio sulla base della profonda consapevolezza di questi meccanismi patogeni, si cerca di limitare la massimo l’escussione delle vittime, ma nonostante gli accorgimenti diventa difficile evitare che l’incidente probatorio avvenga durante il dibattimento, oltre che nella fase istruttoria. Inoltre, ogni volta che il “caso” viene evocato nei media, l’effetto di “vittimizzazione” e l’interferenza con il processo terapeutico, diviene inevitabile.

È noto  infatti  – e il grande pubblico se ne ricorderà – che in un caso analogo a quello che qui stiamo commentando, il caso dell’asilo di Rignano, i genitori dei bambini presunte vittime di abusi  sottoposero i loro bimbi  a lunghi ed estenuanti “interrogatori”, con tanto di telecamere che intendevano “immortalare” la prova.

È difficile davvero dar conto al profano, forse, dell’effetto devastante che questi comportamenti – messi in atto, riteniamo, con le migliori intenzioni, ed effetto probabilmente di una sorta di trauma e profondo disorientamento indotto da tali situazioni anche nei familiari – possono avere su un bambino di tre anni.

Non solo diventa impossibile distinguere il trauma originario (sempre ipotetico, prima che possa essere provato) da ciò che con questi metodi viene inevitabilmente  indotto, ma soprattutto, questi comportamenti finiscono per costituire un evento traumatico in sé.

Sollecitare racconti e rievocare episodi, a partire dalla richiesta di adulti significativi, dei quali il bimbo percepisce l’ansia, è cosa ben diversa dalla richiesta di mostrare una cicatrice, o il referto radiologico che prova  un danno organico.

Alla luce di queste riflessioni, dunque, appare forse più comprensibile il riferimento apparentemente incomprensibile, alle “lesioni psichiche gravi guaribili in quaranta giorni”.

Si tratta di una situazione in cui viene riportato, di peso, all’interno di un articolo di divulgazione, un frammento di linguaggio tecnico, l’estratto, probabilmente, di una relazione peritale che intende quantificare un danno, a partire dalla necessità di trattamento di un disturbo che, se non trattato, potrebbe portare al consolidamento di un disturbo psichico.

Inevitabilmente questa semplificazione produce, nell’immaginario collettivo in cui tale frammento viene catapultato, un effetto paradossale, l’erronea rappresentazione, cioè, dell’ “organo psichico” come di un qualcosa di tangibile e concreto, indagabile e persino trattabile come potrebbe esserlo un arto fratturato.

Sono proprio questo tipo di trasposizioni, queste “mancate traduzioni” in un linguaggio comune per il grande pubblico, che possono facilitare la tendenza a  “reificare” il dato psichico, con conseguenti danni indiretti. La tendenza a rendere tangibile, visibile, nell’immaginario collettivo, il danno psichico, trasponendolo nell’immagine reale, corporea, della “lesione”, può condurre ad una deriva, che non sempre reale può essere appunto immaginaria ed è proprio questa deriva che porta a trattare le parole come cose. È quindi ragionevole ed umano che tali meccanismi dettati dallo shock della scoperta e dall’ansia di andare fino in fondo vengano comunemente messi in atto dai genitori di piccole vittime, come nel caso di quelli dei  bimbi di Rignano, ma ciò non toglie che, nonostante la buona volontà e l’assoluta buona fede, comportamenti di questi tipo rischiano di inficiare alla radice non solo il valore delle indagini, ma anche e soprattutto  le possibilità terapeutiche, che si basano – al contrario – sulla possibilità di mantenere il valore indicativo, evocativo, e dunque  strutturalmente equivoco, del linguaggio. Solo l’ambito tecnico e il rispetto rigoroso dei contesti e degli strumenti di analisi, permette di limitare il danno “iatrogeno” fisiologicamente presente in un contesto giudiziale.

Questo modo di comunicare al grande pubblico, pertanto,  costituisce un effetto negativo – forse inevitabile  – prodotto dall’informazione di massa, e in parte è forse conseguenza della difficoltà di rendere conto della complessità degli approcci e dei linguaggi che le varie discipline strutturano nell’accostarsi alla realtà umana.

La “lesione psichica grave, guaribile in quaranta giorni”, fa tornare alla mente il tavolo anatomico, attorno al quale, agli albori dell’umanesimo, i medici segretamente sezionavano  i cadaveri trafugati, alla ricerca dell’anima, e, non trovandola incastonata  fra cuore e polmoni, né in nessun’altro luogo del corpo fisico, ritenevano di poter concludere che “psiché”, semplicemente,  non esistesse.

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