Commento sulla riforma Gelmini. Giorgio Blandino

Prof. Giorgio Blandino

1.
Che la riforma del sistema universitario del ministro Gemini, da poco approvata, sia una legge insoddisfacente, è opinione diffusa e condivisa stante la evidente quantità di limiti e contraddizioni che la caratterizzano. Data poi la consapevolezza di come funziona in Italia l’accademia, nel quadro della situazione attuale del nostro paese, letteralmente disastrosa per chi ha occhi per vedere e non posizioni incattivite da preconcetti aprioristici, non c’è alcun motivo per essere ottimisti sul futuro dell’università.
Dunque la mia opinione personale e le mie critiche non si discostano molto da quelle che sono le principali e fondate obiezioni alla riforma che possiamo trovare in molteplici documenti sindacali, universitari e perfino nei giornali ad ampia diffusione, ai quali tutti rimando.
Per esempio la Facoltà di Psicologia di Torino, nella quale lavoro, ha votato all’unanimità un documento nel quale mentre si riconosce “che il sistema universitario italiano necessita di una profonda ristrutturazione” si osserva che la legge aggrava ulteriormente i problemi  principalmente per “la scomparsa della ricerca dalle funzioni fondanti delle università, la deriva aziendalistica e dirigistica delle università;  la marginalizzazione dei ricercatori attuali e futuri; la precarizzazione della ricerca; la delega al governo sulla riforma del diritto allo studio”.
Sempre nell’ateneo torinese un numero altissimo di docenti ha sottoscritto un documento di alcuni colleghi (proff. Ciancio, Dogliani, Vercellone) in cui si stigmatizza la “campagna carica di disprezzo e di irrisione” inferta “da una serie di atti governativi”. E si osserva che l’attacco governativo all’Università e alla sua autonomia “nasce da una visione organicistica e totalitaria, che non tollera corpi e funzioni autonome né nello stato né nella società” e che “c’è perfetta coerenza tra l’attacco all’Università e l’attacco alla magistratura”.
A queste considerazioni aggiungo che, personalmente, diffido soprattutto del fatto che la riforma riuscirà davvero, come pretende, a ridurre il potere baronale perché questo non solo non viene ridotto ma, in molti casi, viene addirittura aumentato. All’interno delle università molti poteri costituiti e molte rendite di posizione sono difficili da estirpare (e quindi, intrinsecamente, foriere di ingiustizia) e c’è da dubitare fortemente che vengano intaccate. Ad esempio, il reclutamento dei docenti, dove il potere baronale maggiormente si dispiega, mentre sulla carta dovrebbe diventare appoggiarsi finalmente a criteri oggettivi e scientifici, di fatto, nella misura in cui non tocca, o addirittura aumenta, la complessità burocratica, tanto più fa aumentare le possibilità di trovare scappatoie.
In secondo luogo l’estensione ai privati della governance dell’università, propugnata nella logica di privilegiare gli interessi produttivi, rischia di eliminare vasti campi della ricerca che non appaiono portatori di ricadute operative immediate, in una logica stupidamente “concreta” che, emarginando la riflessione e la ricerca apparentemente improduttiva, che però costituisce la ragion d’essere stessa della scienza, rischia di cancellare anche possibili risultati impensati proprio in chiave operativa. In altri termini comprimere la ricerca pura in funzione di una qualsivoglia destinazione operativa del sapere significa bloccarne la crescita, perché quando la finalità è predeterminata dall’esigenza di una sua utilizzazione si inibisce per ciò stesso la ricerca e la scoperta.
Illusorio poi, se non manipolatoriamente  menzognero, è il pensare di poter attuare una riforma del sistema universitario, che ha la pretesa di essere radicale, a costo zero. Di sicuro c’è che la ricerca ne esce penalizzata e il rischio è quello solito italiano: che si cambi tutto per non cambiare nulla

2.
Ma veniamo specificatamente al campo della formazione psicologia che è quello che ci interessa.
Qui si osserva, in specifico, il serpeggiare di sconcerto e malcontento tra gli psicologi per alcuni eventi che si sono verificati come ad esempio la fusione di Roma tra medicina e psicologia. Ora, precisato che l’ateneo romano – come qualunque altro ateneo italiano – in base all’autonomia che hanno le università, ha diritto di creare le strutture che ritiene più utili per l’espletamento dei propri compiti istituzionali, va ricordato che, con la riforma Gemini, le facoltà svolgeranno solo più una mera funzione amministrativa, mentre le competenze didattiche verranno trasferite ai dipartimenti, che già governano la ricerca, così come il corpo docente di psicologia che rimarrà incardinato e selezionato nei settori scientifico disciplinari psicologici. Quindi sotto questo profilo cambia ben poco e molti degli allarmi che si sentono sono comprensibili ma non giustificati.
In questo quadro, stante la necessità di accorpamento delle varie facoltà il problema  si configura in modo diverso, vale a dire che, fatta salva la necessità di mantenere la propria autonomia e non farsi fagocitare e/o eliminare da altre professioni o facoltà concorrenti, il cooperare in altri contesti in funzione di sviluppare competenze psicologiche è da vedersi, a mio parere, positivamente.
Insomma, a fronte della sia pur pessima riforma Gemini, è necessario che, dal punto di vista della formazione e delle conseguenti ricadute professionali, gli psicologi imparino a ragionare in modo diverso, a spostarsi da posizioni di difesa utili negli anni passati, a posizioni innovative, interagendo con nuovi campi, altre professioni, nuove scienze, in una ottica di nuove e più moderne battaglie da affrontare, diverse da quelle del passato. In questo senso tutti gli allarmi che hanno mobilitato l’accorpamento di Roma con medicina o che si stanno mobilitando in rapporto ad altri potenziali accorpamenti, pur se comprensibili, appaiono in una certa misura espressione di posizioni di retroguardia. Bisogna guardare ad altre sfide.
Ma, se questo è vero, allora ne consegue il profilarsi di una nuova concezione della psicologia e, per conseguenza, di un nuovo modo di intendere la professione e la formazione di base.

3.
Due sono dunque gli aspetti che voglio sottolineare per prospettare di conseguenza un nuovo modo di considerare la psicologia.
Il primo elemento da rilevare è che in Italia, obbiettivamente, ormai ci sono troppi psicologi (siamo al di là dei 75.000), vale a dire un terzo di tutti quelli europei. E il numero di laureati potenziali previsto (50.000 sulla carta) è al di là di qualunque realistica possibilità di utilizzazione e sviluppo professionale. Gran parte di questi futuri psicologi dunque non troveranno lavoro in ambito psicologico e saranno costretti a fare altro, nel quadro di una situazione occupazionale già difficile di per sé. Oltretutto il settore sanitario, che è quello – a torto o ragione – più ambìto, appare saturo anche se potrebbe esserlo di meno, laddove si aprisse maggiormente la porta alla molteplicità dei possibili servizi psicologici.
Dal punto di vista universitario questo significa che indipendentemente dalla riforma della Gelmini o dalle fusioni fatte o potenziali, non è prevedibile che diminuisca il numero degli studenti a meno di optare per un drastico numero chiuso, più ristretto ancora di quello che già è in vigore. Sotto questo profilo le preoccupazioni di perdita di autonomia della psicologia si ridimensionano ma aumentano – e drammaticamente – le preoccupazione per un numero esorbitante di laureati che non potranno/riusciranno a fare gli psicologi ma dovranno inventarsi altri mestieri.
Il secondo elemento che va evidenziato concerne il fatto che la psicologia soffre di un eccessivo ripiegamento sulla accezione clinico-psicoterapeutica. Sul perché la psicologia continui imperterrita ad assumere questa connotazione, nell’immaginario collettivo, è problema complesso e non necessariamente negativo su cui non voglio disquisire (personalmente lo ho analizzato accuratamente in vari miei scritti): qui lo cito per sottolineare un aspetto, questo si negativo, cioè a dire la tendenza, tra gli psicologi, a riprodurre lo schema psicoterapeutico duale in qualunque contesto in cui essi vadano a operare, con conseguenze a dir poco disastrose, come molte ricerche chiaramente dimostrano (si vedano ad esempio quelle di Claudio Bosio, pubblicate presso Angeli). Infatti non solo tale ripiegamento penalizza le possibilità di impiego dei giovani psicologi, ma la tendenza a riproporre lo schema del rapporto professionale duale in contesti organizzativi, senza saperlo configurare in rapporto al contesto e alle esigenze istituzionali, riduce le possibilità applicative del lavoro psicologico e la reale incisività della sua azione nelle strutture stesse, che perciò tendono o a ignorarlo o a sottovalutarlo.
Dovremmo allora piuttosto imparare a ragionare sull’enorme bisogno di competenze psicologiche in molte alte professioni.
Se quanto ho detto è vero tutto ciò comporta il dover rivedere il senso della formazione psicologica e, a mio modo di vedere, il dover ripensare la psicologia intendendola non solo più come ruolo o professione, ma come funzione mentale attivabile in qualunque professione (cfr. Blandino, Psicologia come funzione della mente. Paradigmi psicodinamica per le professioni di aiuto, UTET Università, Torino, 2009). Sto parlando di una idea della psicologia intesa non più solo come una disciplina scientifica, non più solo come ruolo sociologico e specifica professione sociale (ovviamente è prima di tutto questo), ma anche come funzione e potenzialità della mente di chiunque e, in quanto tale, sempre presente e sempre utilizzabile in qualunque situazione. Soprattutto utilizzabile nelle situazioni/professioni ad alto tasso di relazionalità come sono quelle dello psicologo, certo, ma anche di coloro che svolgono funzioni di cura o aiuto: infermieri, medici, assistenti sociali, operatori sociali; o funzioni educativo-formative, come sono le funzioni svolte da insegnati, educatori, formatori; o funzioni gestionali come sono le funzioni di coloro che gestiscono gruppi di lavoro o strutture organizzate, da coordinare in vista della esecuzione di un compito o del conseguimento di uno specifico obbiettivo, dove la componente relazionale è decisiva; o financo funzioni informative come quelle svolte dai giornalisti o dei mass-media; per non parlare del mondo della giustizia.
Tutte queste figure, per poter svolgere professionalmente in modo adeguato, scientifico e etico quella parte del loro lavoro che deve gestire le dimensioni relazionali/psicologiche devono (dovrebbero) attivare e sviluppare capacità e funzioni specifiche, trasversali ai ruoli e, a mio parere, indispensabili.
Queste funzioni sono appunto quelle psicologiche.
Concepire la psicologia in termini di funzione mentale, anziché di ruolo, ci consente di dire che si tratta di una potenzialità che va sviluppata per acquisire capacità professionali aggiuntive a quelle strettamente tecniche

4.
Abbandonare la concezione della psicologia come mero ruolo professionale e imparare a pensarla in termini di funzione mentale significa che non conta la dimensione sociologica della professione, ma l’atteggiamento che adottiamo nello svolgerla, vale a dire che possiamo avere tutti i titoli formali possibili, nazionali e internazionali, ma non attivare mai questa funzione e quindi non svolgere affatto un ruolo e un compito psicologico. Viceversa si può essere insegnanti, manager, infermieri, medici, genitori, compagni di vita, leader politici o commercianti e avere un atteggiamento che è autenticamente di aiuto verso l’altro, quindi “psicologico”. Può darsi perfino il caso di un operatore con scarsi titoli formali ma capace di attivare questa funzione mentale che, dunque, svolge un servizio autenticamente psicologico. Invece, si può essere psicologi o psicoterapeuti specializzati, con tanto di titoli formali, nazionali e internazionali, e tenere un assetto relazionale che è del tutto antipsicologico (antiterapeutico).
Così accade che in ogni situazione di vita in cui ci troviamo ad agire e interagire, non solo quelle professionali, noi possiamo adottare un atteggiamento, una modalità di relazione, uno stato della mente che è intrinsecamente di aiuto, ascolto, attenzione, rispetto, presa in carico, e contatto profondo con l’interlocutore, quindi intrinsecamente psicologico e psicoterapeutico (e perciò anche automaticamente etico); oppure possiamo adottare un atteggiamento opposto che dunque sarà intrinsecamente antipsicologico e antipsicoterapeutico (e perciò anche automaticamente non etico).
Al fine di evitare fraintendimenti voglio precisare vigorosamente che questo discorso non intende assolutamente negare o svalutare la necessità dei titoli formali e di legge e la valenza sociologica e sociale del ruolo di psicologo, che resta ineludibile, ma sottolineare che questi requisiti, di per sé, sono necessari ma non ancora sufficienti.
Ma, alla luce della problematica che stiamo trattando, inerente la riforma della università e, in senso lato, le sue ricadute sulla formazione di base degli psicologi, secondo questa prospettiva che sto illustrando la formazione psicologica può prendere un respiro ancora più ampio nel senso che dovrebbe/potrebbe diventare una competenza trasversale in tutte quelle professioni relazionali rispetto alle quali lo psicologo dovrebbe diventare il promotore e formatore dello sviluppo di una sensibilità e di competenze psicologiche in ruoli che psicologici non sono. Il che non vuol dire sviluppare potenziali concorrenti ma sviluppare una sensibilità che dovrebbe essere allargata.
In questo senso si aprirebbero a mio parere nuove potenzialità di sviluppo per gli psicologi e nuove possibilità applicative.

Gabriella Alleruzzo

Author: Gabriella Alleruzzo

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1 Comment

  1. la mia esperienza decennale di insegnante di lettere nei licei mi porta a condividere totalmente quanto sostiene il prof. Blandino.Trovo di particolare interesse l’ultima parte dell’articolo, per esigenze professionali e non solo. Mi riprometto di cercare in rete qualche spunto bibliografico per approfondire il tema,o meglio ancora qualche informazione operativa; chi legge ha qualche suggerimento per me?

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