La bellezza del somaro

Regia: Sergio Castellitto
Sceneggiatura: Sergio Castellitto, Margaret Mazzantini
Attori: Sergio Castellitto, Barbora Bobulova, Laura Morante, Lola Ponce, Gianfelice Imparato, Marco Giallini, Emanuela Grimalda, Enzo Jannacci, Lidia Vitale, Erika Blanc, Nina Torresi

Fotografia: Gianfilippo Corticelli
Montaggio: Francesca Calvelli
Musiche: Arturo Annecchino
Produzione: Cinemaundici
Distribusione: Warner Bros. Pictures Italia
Paese: Italia 2010
Genere: Commedia
Durata: 107 Min
Formato: Colore

di Manuela Materdomini

Quando nacque, il cinema era muto e le didascalie costituivano il materiale narrativo esplicativo delle riprese. Con il progredire della tecnologia, l’audio ha sostituito lo scritto consentendo allo spettatore di ascoltare la voce dell’attore e di apprezzare le sfumature nell’intonazione che intenzionano le battute scritte sul copione. Per questo motivo e fermo restando il valore delle immagini, anche i dialoghi hanno assunto una funzione decisiva nel dispiegarsi della trama narrativa, con il rischio, tuttavia, di diventare talvolta delle mere sostituzioni delle vecchie didascalie.

Guardando La Bellezza del somaro si ha l’impressione che l’anima del film sia svelata del tutto e  troppo precocemente. La potremmo rintracciare, a pochi minuti dall’inizio, in ciò che dice Valentino (Gianfelice Imparato) ai suoi amici alla festa per il cinquantesimo compleanno di Marcello (Sergio Castellitto): “Quando eravamo figli noi, i figli non contavano niente, ora che siamo genitori, non contano niente i genitori”. Una ripresa di interni ed un paio di battute ancora e capiamo di essere di fronte alla scottante questione del “placement” generazionale di nonni, genitori e figli che vede impegnate tre famiglie rattoppate della borghesia romana. Ma qual è lo scarto tra una didascalia e un’allusione? Un bel film, per essere considerato tale, quanto deve svelare e quanto, invece, deve lasciare all’intuizione dello spettatore? Si tratta di punti di vista, certo. Ma il fantasma della banalità veglia sempre dietro l’angolo. Torniamo al film. Nel prologo, ambientato a Roma, facciamo la conoscenza di Marcello, architetto in carriera che intrattiene una relazione extraconiugale con un’avvenente collega venticinquenne stile soubrette televisiva, di sua moglie Marina (Laura Morante) che fa la psicoterapeuta in un Centro di Salute Mentale e della loro figlia adolescente, Rosa (Nina Torresi), che dispone di loro come il più capriccioso dei tiranni farebbe con i propri sudditi. E conosciamo anche il loro gruppo di amici storici. Sposati, separati, risposati e con figli adolescenti a carico. L’allegra e scombinata combriccola si trasferisce per il ponte di Ognissanti nella splendida campagna umbra, nel casale di famiglia di Marina in cui lei ha deciso di invitare anche due dei suoi pazienti. Nel giardino che circonda l’abitazione, di tanto in tanto fa capolino un timido somaro che sembra essere lo spettatore di una commedia frizzante sì, ma dai toni forse troppo lungamente elevati, giocata sulla crisi del ruolo genitoriale che impazza tra questi adulti professionisti figli del ’68. Disorientati, si sperimentano nel rapporto con i figli muovendosi a tentoni e affidando alla colf plurititolata la gestione completa della casa e delle sue regole. Solo Armando (Enzo Jannacci), l’anziano fidanzato di Rosa che arriverà a sconvolgere Marcello e Marina,  sembra essere il differenziatore generazionale, la variabile discriminante, lo sconosciuto che rimetterà ordine al caos producendo nuovi equilibri nei rapporti tra i diversi personaggi. Esiste una connessione tra questo personaggio, che di fatto costituisce la chiave di volta del racconto, e l’asino che si aggira per il cortile del casale? Cosa cela la metafora del titolo e perché il regista ha dovuto materializzarla, mettendola costantemente sotto gli occhi dello spettatore? Non possiamo pensare che il somaro sia lì solo a mo’ di didascalia del titolo!…Quale bellezza nasconde un somaro? Se guardiamo alla letteratura, la figura del somaro compare già da centinaia e centinaia di anni ed è in taluni casi utilizzata per rappresentare l’esito di una trasformazione punitiva. E’ la sorte che tocca, per esempio, al burattino Pinocchio (il cui illustratore della prima edizione in volume – scopro su Wikipedia –  porta il nome della sceneggiatrice del film: Mazzantini) o a Lucio, il protagonista de Le Metamorfosi di Apuleio. Diversamente, il film sembra riflettere la bellezza della finitezza, del limite, della spurietà e la fecondità paradossalmente insita in essi…Chissà…Abbandonato a queste congetture, lo spettatore può comunque godere della lieve tragi-comicità dei personaggi, della bravura degli attori (Laura Morante è molto intensa oltre che bellissima, in barba a tutte le colleghe rifatte sue coetanee) e della parodia della psicoterapeuta che, come letteratura cinematografica vuole (Woody Allen docet) ha sposato il suo primo paziente e ingurgita ansiolitici come fossero caramelle.

Author:

Share This Post On
You are not authorized to see this part
Please, insert a valid App IDotherwise your plugin won't work.

1 Comment

  1. Mi ha fatto sorridere il fatto che la moglie Marina portasse continuamente i suoi pazienti a casa propria, quindi al di fuori del setting clinico, addirittura che li portasse nella sua casa di campagna insieme al marito e ai figli….

    Post a Reply

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *