Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana.

Autore: Frank Furedi

Edizione: Giangiacomo Feltrinelli editore

Pagine: 292

Prezzo: 9,00 euro

Anno: 2004

di Giuseppe Preziosi 

Il libro di Frank Furedi è un testo denso, pieno, una leva mossa a scardinare le (quasi) solide costruzioni di chi, anche e soprattutto, si è formato come psicologo e come psicoterapeuta.

Dopo i primi capitoli, nonostante mi fosse abbastanza chiaro il procedere del suo ragionamento, ho sentito il bisogno di vederle agite, attuate, di assaporare le parole del sociologo: computer acceso, youtube e un paio di estratti di una nota trasmissione che tratta di uomini e donne che desiderano conoscersi (farsi conoscere), incontrarsi (incontrare), seduti su comode poltrone barocche. Sinceramente ero disposto a vedere anche due o tre puntate del fortunato format televisivo pur di avere una idea chiara di quello che in modo nebbioso si formava nella mia testa, ma mi sono bastati due spezzoni di 10 minuti ciascuno.

Frammento numero uno. Un gruppo di una ventina di ragazze giovani e piacenti. Una di loro, al centro della discussione, urla ad un’altra (una ragazza di colore) “tu sei una scimmia!”, lamentandosi poi di essere presa di mira da tutte e concludendo con un “sulla mia sensibilità state attente!…sono siciliana!”. Una terza ragazza interviene avvertendo di “non mancare di rispetto a mia madre” alludendo a chissà quale passato discorso e aggiungendo che la sua rivale è afflitta da “manie di vittimismo”, in più si sommano anche alcuni “si costruisce… sei finta”. Stacco su di una quarta ragazza che in esterna si confessa: “sono in uno stato emotivo di più emozioni (?????)” e “non è mia abitudine esternare i miei pensieri e i miei sentimenti” e giù coerentemente a piangere.

Frammento numero due. Si parla di una coppia che non si è formata, spazio a commentatori che dicono di lei “è preoccupata di ciò che pensano di lei”, che “soffre” a stare al centro dell’ attenzione della trasmissione, che è “tranquillamente vera ” e l’accusano di essere “statica, non si lascia andare, è piatta”. Lui invece “suscita tanta tenerezza, è un ragazzo troppo sensibile” e infatti in un video di repertorio questo ragazzetto belloccio lacrima su di un sottofondo di note di pianoforte.

Le emozioni personali sono di dominio pubblico, sono lo spettacolo da mostrare su di un palcoscenico e l’ombra di un minimo accenno alla privacy viene giudicato malamente. Furedi descrive l’affermarsi negli ultimi trent’anni di quella che lui chiama cultura terapeutica: incentivare la manifestazione delle emozioni, il vissuto intimo del singolo che diventa valore assoluto; la soggettività al centro di tutto, all’origine di ogni cosa. L’atomizzazione della società, la frammentazione di ideali, ideologie, religioni, certezze ha decentrato la responsabilità delle cose del mondo nell’interiorità dell’uomo. Il determinismo emotivo è stato posto alla base di razzismo, povertà, crisi del sistema scolastico, guerra e violenza, disoccupazione. Tutto il contorno culturale, sociale, storico, politico, economico è scomparso a favore di una sola unica causa: l’emotività umana. Ma attenzione, non tutto ciò che è emotivo è accettato e nella quasi totalità dei casi non siamo capaci da soli di gestire i nostri vissuti, le forze nascoste dentro di noi; la cultura terapeutica prescrive che le emozioni siano elaborate, mostrate, gestite con l’aiuto di professionisti, che siano coerenti con la piena soddisfazione del sé, non c’è spazio per paura, rabbia, tristezza, odio. Anche il crimine ha subito il fascino di questa cambio paradigmatico: i criminali che hanno ora successo mediatico sono i serial killer, gli stalker, i pedofili, individui isolati, mossi solo dalle loro emozioni o meglio dalla incapacità di gestirle. Nessun fine economico, solo una interiorità ingestibile che spesso si aggancia al concetto di trauma che crea un trauma. Chi ha subito violenza diventa ineluttabilmente un violento in un vortice senza fine.

Ci viene sempre in aiuto la televisione per chiarire un po’ meglio questi concetti. Basta guardare un po’ di puntate della serie televisiva Criminal Minds (serie che ha avuto un enorme successo commerciale nel mondo). Questa squadra di psicologi/criminologi gira da una parte all’altra degli Stati Uniti alla ricerca di serial killer. Casi singoli, diagnosi istantanee, traumi infantili, due o tre cucchiai di paranoia, un pizzico di psicosi. Ogni criminale è condannato alla propria emotività incontrollabile; ciò che  cercano i membri dell’Unità di Analisi Comportamentale del FBI non sono indizi ma indici del comportamento, modi di fare, tracce emotive nelle azioni commesse.

Il proliferare delle manifestazioni emotive si accompagna al declino del privato; la gestione delle emozioni è una cosa pubblica e seguita attentamente dal lavoro di professionisti. Chi è riluttante a condividere i proprio sentimenti o a farsi aiutare è guardato con sospetto quasi come se avesse qualcosa da nascondere. Presidi delle relazioni intime e private come la famiglia sentono incrinarsi i propri confini; il chiuso dell’abitazione domestica, come in un gioco di specchi deformanti, si trasforma da luogo di sicurezza, conforto, riposo, salvezza, calore nella gabbia dove si consumano i peggiori delitti, le più atroci violenze psicologiche e fisiche, abusi, torture, perversioni. Cosa nasconde il tuo vicino di casa?

Come è evidente (pensiamo a quanti faccioni siamo costretti a vedere sui muri nel periodo delle elezioni), il dominio dell’emotività ha conquistato anche la politica. Ogni aspetto della vita di un governante deve essere pubblico, conosciuto, giudicato. Sui volti dei politici sono apparse lacrime di commozione, sappiamo delle loro abitudini sessuali, ci arrivano a casa libri che descrivono la loro vita, i loro affetti; i programmi, le idee, i progetti sono roba secondaria. E’ alle emozioni che si rivolge la politica, alle emozioni degli elettori, è quella la leva per conquistare consensi. Parallelamente cresce il disimpegno politico. Nessun grande ideale guida le masse, le classi, nessun obiettivo comune, nessuna lotta. Il popolo è frammentato in singoli individui slegati, racchiusi nella propria ipotetica autonomia. Il politico si occupa di loro ma soddisfacendo bisogni individuali, questioni private. I sentimenti di rabbia, indignazione che hanno alimentato le grandi conquiste sociali diventano attraverso le lenti della gestione delle emozioni pericolose manifestazioni di antisocialità. Gli unici collanti sociali che la nostra contemporaneità sembra mantenere sono la paura e il lutto; due esempi: le dimostrazioni di massa avvenute nel luglio del 1997 in Spagna in conseguenza dell’assassinio di Angel Blanco da parte dell’ Eta e la Marcia Bianca avvenuta in Belgio nel 1996. Non si dibatte più di grandi questioni pubbliche ma si rendono pubbliche le questioni private. Il ripiegamento narcisistico su se stessi causa un minore interesse per la res pubblica, per l’impegno e la responsabilità sociale. La politica è un mezzo di affermazione personale, l’unico vera relazione da coltivare è quello con se stessi. La cultura terapeutica diffida dei rapporti impersonali, tutto ciò che lega e ostacola un pieno sviluppo di sé è sospetto. Facciamo l’esempio del sesso: decenni fa la libera espressione della sessualità era considerata indecente, sovversiva delle regole sociali ora si parla di dipendenza, di un legame patologico, di sex addiction. Sempre più spesso si insinua nelle relazioni lo spettro della dipendenza: fidanzate/i che soffocano, genitori che ingabbiano, figli che dominano. La cultura terapeutica diffida della capacità umane, non si può essere veramente capaci di affrontare le complesse vicende dell’esistenza senza l’aiuto di professionisti. Nel film Winged Creatures, Rowan Woods si interroga sugli effetti di un grave trauma su diversi personaggi; riporto due dialoghi tra due testimoni di una serie di omicidi e uno psicologo all’interno dell’ospedale dove sono stati immediatamente ricoverati allo scampato pericolo.

Dialogo numero uno.

Psicologo: “Ciao Johnny, sono Ron”

silenzio

Psicologo: “Il mio lavoro è parlare con le persone che hanno vissuto brutte esperienze come incidenti o i crimini; il dottore che ti ha visitato pensa che forse dovremmo conoscerci”

silenzio

Psicologo: “Vedo che non parli molto…vuoi parlare con me? Puoi muovere la testa per rispondere…se ti faccio delle domande puoi scrivere le risposte…quando vorrai capire come ti senti per quello che è successo mi chiamerai?

silenzio

Psicologo: “Signorina Davenport?”

Carla Davenport: “Senta io ho già dato la mia deposizione”

Psicologo ” Non sono della polizia ma del dipartimento di igiene mentale”

Carla Davenport: “Lei è un dottore?”

Psicologo: “No, ma l’ospedale si avvale delle nostre consulenze in casi del genere quindi…”

Lo psicologo dà a Carla una brochure rosa con il titolo “vittime di violenza”.

Carla Davenport: “Io ho cercato di chiamare ma purtroppo la batteria del mio cellulare era scarica”

Psicologo: “Non è colpa sua, è normale sentirsi così”

Carla Davenport: “No, certo, lo so”

Psicologo: “Nei prossimi giorni potrebbe provare sensazioni mai provate finora inclusa la perdita di sonno e dell’appetito… lì c’e’ una lista…ogni giorno potrebbe viverlo in modo diverso, potrebbe iniziare a ricordare cose che non vuole, Carla…posso chiamarla Carla?”

Carla Davenport: “Aspetti un attimo, queste le avete stampate prima nel caso capiti una cosa del genere, così se serve le distribuisce? “

Psicologo: “Non è importante, se lei hai bisogno di parlare può farlo, su come si sente…”

Carla Davenport: “Ho ragione ?”

Psicologo: “Sì”.

Secondo Furedi, quindi, la cultura terapeutica propone l’idea di un uomo che è incapace di attraversare le normali difficoltà della vita senza l’aiuto di professionisti che lo accompagnino in ogni momento della sua esistenza; un uomo ripiegato su se stesso, sospettoso dei rapporti impersonali, atterrito dal pericolo di essere dipendente, indifferente alle questioni sociali. Questa trasformazione da cittadini a pazienti sembrerebbe solo un ‘altra forma, più sottile e subdola, di controllo sociale da parte delle istituzioni. Naturalmente c’e’ chi promuove la cultura terapeutica come antidoto alla frammentazione moderna, come possibilità di ricomporre la trama lesionata della nostra società.

Qualche settimana fa sono andato dal mio dentista, mi ha detto di usare anche il colluttorio oltre al dentifricio aggiungendo che il colluttorio è indispensabile nell’era moderna perchè la nostra alimentazione è più ricca di zuccheri.

La dieta psichica della nostra contemporaneità così ricca di precarietà, solitudine, frammentazione, atomizzazione, paura giustifica una cultura che come scrive Furedi “più che superare i problemi, aiuta ad accettarli…insegna a stare al proprio posto….(e) in cambio offre i dubbi benefici della conferma e del riconoscimento” ?

 

Chiara Santi

Author: Chiara Santi

Share This Post On
You are not authorized to see this part
Please, insert a valid App IDotherwise your plugin won't work.

1 Comment

  1. Leggendo questo estratto del libro di Furedi, mi viene da chiedere: E’ lui che guarda troppa televisione, o è la società che “macina” troppa psicologia? Ed ancora: Considerando la gran mole di serial centrati sulla professione medica, e le tante rubriche televisive sulla salute, dovremmo concludere che si parla troppo di medicina? Beh, forse sì…ma ci si può sempre decidere a cambiare canale…o a spegnere il televisore. E’ ovvio che le show-business televisivo sfrutta ogni filone possibile per intrattenere..anche quello della psicologizzazione delle storie di vita dell’uomo comune..e quello degli “psicologi in prima linea” delle fiction..ci dovremmo stupire?

    Post a Reply

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *