Chirone. Dinamiche dell’identità di genere

Autore : Simonetta Putti (a cura di)
Titolo : Chirone. Dinamiche dell’identità di genere.
Editore: Alpes
Anno: 2009
Costo: euro 14,00

Recensione di Anna Barracco

C‘è uno stigma sociale, ancora rilevabile nel nostro contesto socio culturale, che sembra attenere, a volte paradossalmente, più alla cura che al disturbo (…) Laddove il paziente soffre di un disagio/sofferenza attinente l’identità di genere e/o l’orientamento sessuale, il terapeuta deve accogliere quella sofferenza (…) Stigma e normalizzazione rappresentano atteggiamenti – entrambi- estremistici e indicativi di una mancanza di mediazione”

(Putti, pag. 20, 21)

La raccolta di saggi di cui si compone questo piccolo libro, dall’apparenza modesta, e il cui retro di copertina ne annuncia il rassicurante contenuto, quasi si trattasse di una rassegna manualistica per il grande pubblico, costituisce in realtà un preziosissimo, davvero laico contributo ad uno dei temi più scottanti e difficili con i quali la modernità si confronta, e, con essa, la nostra professione.
Perché definire “scottante”, oggi, un tema come l’omosessualità? In una società come la nostra, dove ogni comportamento è “sdoganato”, perché soffermarsi su un tema del genere?
L’autrice parte da una prospettiva psicoanalitica, e mette subito in chiaro che il suo desiderio in merito a questo problema si intreccia profondamente con la sua biografia. La scelta di campo è subito fatta. La peculiarità della psicoanalisi attiene alla verità soggettiva, non indietreggia davanti a questa ricerca particolare, e l’autrice dunque ci mette a parte dell’intreccio profondo fra la sua  biografia e i profondi sconvolgimenti del ’68; un’epoca che come lei,  è passata, tappa dopo tappa, dalle ideologie trionfalistiche di “rifondazione” del mondo,  fino alle profonde inquietudini della società “liquida”, del web, della globalizzazione e della post-modernità.
Il disagio che l’ha portata in analisi, alle soglie del ’68, ancora adolescente, è un disagio relativo al suo essere donna, all’identità di genere e al modo di vivere il suo corpo, il suo desiderio sessuato, ma anche il suo ruolo sociale, la sua maschera di seduzione, in quell’epoca di profondi rivolgimenti, in cui apparentemente tutto era possibile, eppure nessuno dei modelli che sembravano prospettarsi come maschere pret à porter sembravano potersi adattare alla sua personale ricerca.
Quell’epoca sembra oggi alle spalle e le conquiste sembrano date una volta per tutte.  In realtà l’autrice ci mostra come molte delle nuove certezze in fretta date per scontate, permangano in una sorta di conflittualità che però viene negata, percepita ma non vissuta.
A fronte di un’apparente e/o sostanziale liberazione dei costumi e delle idee, perdura una paura di fondo della comunicazione diretta, ancor più se intima e legata alla sfera dell’emozione e del sentimento. Una paura che, spesso inconfessata e magari neanche colta dai soggetti, porta a eludere la relazione o viverla secondo modalità superficiali e fittizie (…) Questa difficoltà di comunicazione non è soltanto interpersonale, ma, prima e comunque, intrapsichica” (Putti, pag. 26).

Molti comportamenti, come la ricerca di relazioni sul web, la fugacità e la superficialità dei contatti, sono effetti di questo tentativo di eludere il conflitto, dal momento che l’impressione è che non sia possibile viverlo, provarlo.  “Libertà obbligatoria”, cantava Gaber negli anni del riflusso, e molti dei temi delle sue canzoni riguardavano il disagio della nuova relazione uomo-donna, la ricerca di nuovi stili comunicativi, che faticosamente cercavano di farsi strada fra i retaggi del passato e il peso dell’ideologia sessantottina.
Anche il diffondersi dei disturbi alimentari testimonia di una forte conflittualità, peraltro elusa, agita nel corpo, relativa all’assunzione del corpo sessuato.
Il dialogo fra femminile e maschile, la relazione intrapsichica e sociale fra i ruoli, si dimostra spesso frutto di aggiustamenti sintomatici, in cui le donne erotizzano solo la mente, o gli  uomini cercano nelle compagne solo madri in grado di accudire e di accogliere.
La problematica omosessuale, bisessuale, la questione dell’identità di genere e della scelta d’oggetto, viene dunque inserita nella complessità della trasformazione dei ruoli sociali. Passando in rassegna le principali modificazioni socio-antropologiche, gli autori ci mostrano come lo smarrimento attuale è frutto anche della confusione che spesso si fa tra biologia umana e biologia tout court.
L’uomo vive in una situazione di ambivalenza fra il corpo che egli è – ovvero il leib – e il corpo che egli vive – ovvero il korper – rispetto al quale deve continuamente essere riaccentrato, questa condizione permanente di eccentricità svela il rapporto mutuo e reversibile fra natura e cultura. E siffatta tensione si percepisce tanto più quando consideriamo l’identità (le identità) di genere” (Plessner, 1983, cit. pag. 128).

La complessità di questo intruglio, di questo impasto sempre singolare fra natura e cultura, fa dell’uomo un essere per il quale non è possibile stabilire per tutti e per sempre che cosa sia maschile e femminile. Prima di essere uomo o donna, ogni attore sociale è una persona, e come tale destinato ad agire e a reagire, negoziare e contrattare il proprio essere nella società.

Il legame, il punto di incontro fra il leib e il korper, è un punto di incontro mobile e delicato, che dipende da tre livelli di  immagini di sé: l’immagine mentale che abbiamo di noi stessi, l’immagine modello proposta dal contesto socio-culturale, e l’immagine riprodotta dallo specchio. “Il trauma provocato nell’individuo dalla discrepanza fra questi livelli può essere più o meno lieve, perché è in questo momento che l’attore sociale prende consapevolezza del corpo come testo, cioè come insieme di atti strategicamente organizzati per produrre senso” (Marenko, 1997, cit. nel testo di D. Pangerc a pag. 129).

Dunque una prospettiva filosofica, in cui la definizione di “corpo come testo” si avvicina molto alla teorizzazione lacaniana del soggetto.
L’identità sessuale e la scelta d’oggetto vengono trattati con estremo rigore, ma a partire da una prospettiva rigorosamente clinica. La “ferita” mitica, con cui Chirone cura, che è fonte e limite allo stesso tempo del suo potere terapeutico,  potrebbe essere in definitiva avvicinata – e dunque universalizzata –   alla “ferita” che resta sul corpo dell’essere umano, dopo la sua cacciata dal paradiso terrestre, cioè dopo che la cultura, il simbolico, lo ha strappato all’etologia.
Questa “ferita” si manifesta nel modo con cui l’essere parlante è costretto a riorganizzare, a trovare una soluzione individuale alla scelta d’oggetto. La ferita che ci spinge, come nel mito platonico dell’androgino, a ricongiungerci con la nostra metà, non è più un dato biologico ma un effetto, un resto di biologia di cui occorre riappropriarsi e che occorre integrare, il ché implica  una scelta insondabile,  che può prendere diverse direzioni. La “ferita” non  è dunque il dato biologico della differenza fra i sessi nella loro funzione riproduttiva e considerata “naturale”,  ma in questo testo, tuttavia, gli autori sono ben lontani dall’indulgere alle altrettanto  facili semplificazioni e riduzioni genetiche dell’omosessualità o delle identità di genere.
La persona, dunque,  costruisce/forma/modifica/negozia/contratta la propria identità. Come? Come si orienta nella scelta di un aspetto, di uno stile, di un gusto sessuale? “L’ordine simbolico di genere è un prodotto storico-culturale, il cui farsi e disfarsi è sotto gli occhi di tutti e proprio per questo non viene visto. Il momento migliore per vederlo è quando viene infranto, quando il disordine minaccia l ‘ordine, quando le prescrizioni vengono violate” (Abbatecola, Stagi e Modella, 2008, cit. nel testo, pag. 130).
In altre parti del libro, con molta chiarezza, vengono presentati casi clinici, situazioni in cui la sofferenza relativa all’identità di genere viene portata e dunque si rivela,  nel luogo della cura.
Qui l’autrice, fra l’altro, illustra come la difficoltà a chiedere aiuto, a problematizzare e ad ammettere un conflitto rispetto a questi temi così intimi, sia forse alla base della fioritura di “setting” e offerte d’ascolto diverse dal contesto psicoterapeutico e psicoanalitico, come per esempio la consulenza filosofica.
Il disagio relativamente alla propria scelta sessuale non vuole essere iscritto nella dimensione psicopatologica, è percepito come un disagio, appunto “esistenziale” e in genere questi “luoghi” di ascolto fungono, secondo l’autrice, da preliminari più rassicuranti e permettono, se ben condotti, di aprire ad una domanda di cura.

La casistica portata mostra molto bene come la scelta d’oggetto sessuale  sia soggetta ad oscillazioni e possa presentarsi come scelta presente in  innumerevoli costellazioni soggettive.
Ad un estremo del continuum c’è  il giovane che nega profondamente e non “vede”, non avverte il proprio desiderio, e semplicemente si rifugia nello sport e nello studio. Di bell’aspetto, si trova stupito e stranito, dopo che innumerevoli e stanchi  lievi baci di congedo a fior di labbra, come saluto, lo lasciano con un  senso di inspiegabile ribrezzo; finché un giorno, distratto, in una bella giornata di sole, un’improvvisa erezione lo sorprende, svelandolo a se stesso, nel vedere un giovane atleta, allo Stadio dei Marmi, sfilarsi la maglia.
All’altro estremo possiamo mettere, invece, la rivelazione, molto tardiva, di una relazione omosessuale di una donna ormai ultracinquantenne, sposata e con figli grandi, che recupera man mano il ricordo, doloroso e irrisolto, di una lunga relazione segreta con quella che tutti ritenevano “l’amica del cuore”, la compagna delle vacanze, di quelle  innumerevoli estati in cui, parcheggiata in spiaggia a fare la moglie e la madre, la donna celava forse il suo rancore, il dolore per quella relazione coniugale, per quel dialogo  impossibile, impossibile proprio perché  neanche cercava di intentarla. Una relazione dunque  quasi da gineceo, che segna forse una rinuncia, un ripiegamento e anche una segreta vendetta, e che si risolve peraltro in una sorta di ossessione-ricatto, quando l’amica comincia a pretendere di più, mettendosi dunque, per la paziente, nuovamente in una pozione persecutoria, strutturale per lei,  di un maschile dominante e impossibile da affrontare, se non con la rottura e la fuga.

Questi due esempi penso siano sufficienti a mostrare la profondità, la varietà, la ricchezza, e anche forse quanto inaspettato e diverso sia il mondo delle relazioni affettive, il loro portato di sofferenza e di conflittualità, che appare nella stanza del clinico, e  di quanto tutto questo sia lontano anni luce dagli stereotipi normalizzanti, ovvero stigmatizzanti, che sono giunti a noi, per esempio, dalla “querelle” relativa alle cosiddette “terapie riparative”.

Gli esseri umani sono ammalati di simbolico, cioè di cultura, e la loro ferita è dunque la biologia stessa, in un certo senso, che come tale, a differenza che per il mondo animale, non è in grado di facilitare nulla, né di dare nulla per scontato.

In un’analisi, quel nodo profondo, cioè ciò che resta di questa biologia, che Lacan chiama “reale”, o “oggetto a piccolo” mentre Raker mirabilmente descrive come “ciò che l’uomo respinge, teme ed odia dentro di sé”, può essere visto e affrontato, grazie all’eros dell’analista, una forma di amore per il sapere “che si estrinseca in una grande forza combattiva, una più grande aggressività contro ciò che nasconde una verità, contro l’illusione e i diniego: in altre parole contro la paura e l’odio che l’uomo ha di se stesso e le loro patologiche conseguenze” (Raker, cit. nel testo, pag. 33).

Entrambi gli attori, analizzante ed analista,  nel dialogo, sono consapevoli della loro parzialità e dunque all’interno di questa relazione l’etica attiene fondamentalmente al rispetto della soggettività profonda di entrambi e   dei propri limiti, scevri dalle illusioni scientiste di oggettività e  neutralità.
Il setting psicoanalitico è un campo contaminato dalle convinzioni etiche del curante, che anzi è bene siano esplicitate e che risuonino, in quanto “nel tentativo di essere professionali e neutrali, possiamo diventare enigmatici, frustranti, difensivi, e a volte traumatizzanti” (Cantelmi, cit. nel testo pag. 66).

Il testo ospita inoltre il lungo articolo di approfondimento del prof. Cantelmi, che ripercorre la vicenda che lo ha visto protagonista di quello che egli stesso definisce “rogo mediatico” e che ben illustra come la polarizzazione ideologica risenta ancora della difficoltà a individuare e a mantenere la bussola sulla problematica clinica. Nella polarizzazione esasperata si attestano nicchie di pensiero e di giudizio in cui lo stigma perdura, spesso con conseguenze demolitive per l’integrità psichica dei soggetti non chiaramente iscrivibili nei ruoli consuetamente assegnati dalla cultura.  Ma, ci ricorda Jung, ” ogni tensione antitetica urge verso uno sblocco, da cui deriva il terzo. Nel terzo si risolve la tensione” (cit. nel testo, pag. 21).

E qualche traccia di  questo “terzo”, del simbolico che dovrebbe risolvere l’impasse immaginaria, lo si potrebbe cercare, oltre che nelle riflessioni antropologico-strutturali prima ricordate, anche nello sforzo testimoniato dall’evoluzione del “contratto sociale”, su questo tema, che nel testo viene offerto dalla bella rassegna intitolata  “diritto e psiche”,  di Letizia Proietti.
Qui il rapporto oggettuale fra i sessi parte da una carrellata che ripercorre la  rigida distinzione di ruoli nella famiglia, che ben illustrano come ogni relazione sia anche una relazione di potere (e da questo non è affatto esente la relazione sessuale, orientata o meno che sia alla riproduzione). Viene rapidamente ricordato il reato di stupro, cancellato dal “matrimonio riparatore” e il “delitto d’onore”, cancellati in seguito dal nuovo diritto di famiglia, negli anni ’70, che permette il  progressivo profondo cambiamento della relazione fra i coniugi.
Veniamo quindi portati alle soglie della riflessione sull’uguaglianza rispetto all’istituto del matrimonio e all’aporia  dell’art. 3 della Costituzione affiancato alla possibile interpretazione del diritto a contrarre matrimonio, laddove tale istituto sembra legato, linguisticamente, ai ruoli sociali tramandati (“marito”, “moglie”).
Particolarmente significativo il dato giuridico, per cui il matrimonio è permesso ai transessuali, privilegiando anche il percorso della legge dunque il dato immaginario, che, pur non coincidendo con il dato puramente biologico, ben illustra ancora la  resistenza culturale della società italiana rispetto alla possibilità di riconoscere e integrare nel contesto giuridico  il dato simbolico, trans-naturale, che caratterizza invece la relazione d’oggetto nell’essere parlante, la cui complessità è certamente  ben illustrata dalle dinamiche dell’identità di genere.

Chiara Santi

Author: Chiara Santi

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