Commento all’Articolo di Baker, McFall, Shoham – Girolamo Lo Verso

di Girolamo Lo Verso

 

Dopo aver superato lo stupore (e la preoccupazione!) per l’inedito, per me, concetto di salute comportamentale, la lettura del testo mi ha portato ad oscillare tra due riflessioni opposte.

L’una è legata all’idea che l’Osservatorio ha fatto bene a pubblicarlo, poiché è utile che i colleghi, soprattutto dinamici, si confrontino con ciò che accade nel mondo e che spesso non vogliono guardare. L’altra è il fastidio per la brutalità, sostanzialmente ignorante, con cui l’autore del testo affronta queste tematiche. A partire da un afflato emotivo sopra le righe da un punto di vista affettivo ed epistemologico. Le emozioni hanno un senso? La tesi dell’autore è che la psicologia clinica debba essere scientifica. Già, ma cosa si intende per scientifico? Fare come avrebbe fatto secondo lui la medicina. E cioè dovremmo auto dissolverci? Ed infatti, tra le materie di studio che l’autore ritiene necessarie per gli studenti in psicologia clinica ci sono materie di medicina e solo psicologia sociale e dello sviluppo. Non vengono citate psicopatologia, psicodiagnosi, psicologia dinamica e clinica, antropologia, ecc. L’A. scrive come se non avesse mai visto un paziente o fatto una ricerca con occhio psicologico. Sembra il solito tentativo di “ricoverarsi” sotto le ali della medicina o di far diventare la psicologia clinica una branca di questa. È un’antica e brutale operazione di potere. L’abbiamo vista in Italia quando per “afferrare” posti nelle Asl e nelle università si giocava con la parola “clinico” (se sei medico, ovviamente, lo sei) e si passava per “psicologo” l’aver fatto qualche esperimento biochimico di laboratorio. Naturalmente, la formazione e la ricerca psicologico-clinica dei candidati “afferratari”  erano nulle.  Alla fine dell’articolo vengono indicati solo trattamenti comportamentali. Vogliamo scommettere che è il filone cui aderisce l’A.? Per portare avanti al sua tesi e la sua identità, l’A. ripete ossessivamente la parola scienza. Ma quale scienza? Quella sperimentale! La linea di tendenza dell’S.P.R. International, in cui tanti autorevoli colleghi sono di matrice cognitivo-comportamentale è, invece, oggi molto più ampia, dialettica e complessa. C’è  oggi un clinico che pensa che un trattamento psicoterapico debba essere standardizzato e controllato? Ovvero che il lavoro che viene fatto con un ingegnere dell’Arizona depresso possa essere identico a quello fatto con un pescatore indiano o con una signora parigina? E che la psicopatologia soggettiva, familiare, culturale, non esistano? All’ultimo convengo internazionale dell’S.P.R. International a Roma, ho organizzato, con grandi studiosi americani un’affollata ed interessante tavola rotonda sulle ricerche sul terapeuta. Al di là dei consueti giochi di potere anche gli Stati Uniti sono vasti e le posizioni variegate. Non a caso, l’Apa non ha dato spazio a queste posizioni. Non ha importanza  la persona del curante? Anche in medicina si parla di un ritorno alla clinica e di attenzione alla relazione medico-paziente. E figuriamoci in psicoterapia. Dove, contrariamente a quanto afferma l’A., il costrutto di alleanza è, empiricamente testato e considerato rilevante. In Italia, a partire dal lavoro di Vittorio Lingiardi. Così come gli studi di matrice gruppale hanno evidenziato l’importanza di set(ting) e contesto di cura nel “costruire” il paziente ed il lavoro che si fa. Così come, ancora, si è rilevata l’importanza della ricerca single case, dell’analisi del testo,  della meta-cognizione e così via. Tutte cose che l’A. sembra ignorare e disprezzare. Un atteggiamento molto scientifico! Eppure, sono metodi di ricerca adeguati e rigorosi, che vanno a fondare quel peculiare campo scientifico che è la psicoterapia, in cui l’intreccio tra quantitativo e qualitativo è centrale. Polemicamente, mi viene da dire che  sono le scarse letture a portare l’ignoranza. In Italia ci sono valorose esperienze di ricerca anche in ambito cognitivo-comportamentale di taglio e qualità ben diversi e penso, senza escludere altri, in primo luogo ai colleghi del Terzo centro di Roma ed a Giovanni Liotti. Sarebbe interessante il loro contributo al dibattito. Comunque, il grosso testo curato da Dazzi, Lingiardi e Colli per Cortina sulle ricerca empirica in psicoterapia in Italia e l’internazionale Handlook of Psycoterapy Research, illustrano bene il punto reale della situazione della ricerca. Nella quale, tra l’altro, l’uso del termine sperimentale appare inadeguato, poiché è non scientifico nel nostro lavoro pensare a criteri “oggettivi” di generalizzazione e falsificazione. Ci si occupa di persone e della loro  sofferenza, dei loro pensieri, delle loro relazioni, e non di organi vissuti come separati da un campo, da una mente, da una psiche, da una rete di rapporti. Il modello proposto dall’A. ha già distrutto la psicoterapia facendo quasi sparire il paziente e la sua sofferenza. Un’altra questione riguarda la  ricerca. Se essa  non interessa i clinici vogliamo “precettarli” per via burocratica e minacciarli di licenziamento o saremo capaci, come da anni tentiamo di fare, di integrare ricerca e clinica? Personalmente penso che il nostro lavoro debba essere “scientifico”, ma costruendo una specifica scientificità adeguata metodologicamente e professionalmente al nostro oggetto di lavoro. Penso, ad esempio, al cammino fatto dall’etologia quando cessando di essere psicologia animale è andata nei luoghi dove gli animali vivono per scoprire che lì il loro comportamento ha significati precisi in relazione al gruppo ed all’ambiente. Solo un’adeguata definizione di costrutti come “scientifico”, “relazione”, “guarigione” può consentirci la necessaria efficienza ed efficacia. L’uso del metodo sperimentale in psicoterapia non serve a niente, come ha molte volte sottolineato Santo Di Nuovo.

 

II) Ciò detto, è necessaria una pars costruens, poiché la sfida va accettata. Che fare? I problemi posti dall’articolo non sono eludibili solo segnalando la grossolana ed incolta fame di potere che esso porta avanti. Alla fine dell’articolo vengono pure elencati i buoni da finanziare e lasciare vivere. I problemi ci sono. È vero che, ad esempio, in Italia, sono state approvate centinaia di scuole sulla base di criteri formali quali biblioteche e metri quadri e che si è arrivati ad eccessi e ad un problematico “todos caballeros”. Sarebbero necessarie anche valutazioni cliniche, legate alla presenza di progetti e metodi di formazione documentati e consolidati di ricerca, di didatti adeguati per esperienza e maturità psichica, ecc. E’ necessario anche arrivare ad una conoscenza più ampia dei vari metodi e dei limiti e potenzialità di ognuno.  Ad esempio, un trattamento breve supportivo  basato sull’incoraggiamento o sul sostegno può andar bene per un adolescente timido, mentre per un disturbo di personalità o per una nevrosi strutturata, si richiede un lavoro più lungo, sistematico ed approfondito. Nell’articolo in discussione non viene citata la differenza tra trattamenti brevi e lunghi che si sta rilevando di importanza almeno pari a quella tra modelli teorici. La ricerca ha evidenziato, ad esempio, che i trattamenti lunghi danno risultati più stabili nel tempo, mentre  i trattamenti brevi sembrano richiedere spesso la ripetizione dei cicli di lavoro. Un’altra cosa che mi lascia molto perplesso e che mi sembra chiarificante  è la sovrapposizione che viene fatta tra psicologia clinica, psicoterapia ed interventi psicosociali. Si tratta, in realtà, di cose che è necessario distinguere attentamente. Come molto approfondito  da Renzo Carli e dalla sua scuola, la prima è scienza dell’intervento e dello sviluppo. A nostra opinione, la seconda è scienza della cura e la terza della riabilitazione e dell’individuo trattato in contesti sociali. Questo articolo mi ricorda  il “guru” americano conosciuto anni fa, ingiustamente autodefinitosi come cognitivista, che affermava in un convengo che la depressione può  essere dovuta al fatto che uno ha mangiato male, annullando quindi l’esistenza della psiche e della sua patologia. Nell’articolo non viene fatta neanche menzione della differenza nel nostro lavoro tra set(ting) individuali, familiari, e gruppali (per quest’ultimo rinvio alla rassegna internazionale da noi curata per Cortina , Lo Coco, Prestano, Lo Verso, 2007), e non viene tenuta in conto la presenza di fatti inconsci nella psiche umana (e mi riferisco, sia ad un secolo di psicologia dinamica, che al cognitivismo evoluto e maturo di oggi, che ai risultati delle neuroscienze). E comunque, considero la ricerca empirica, ma anche clinico-teorica, preziosa, poiché è necessario un lavoro che ci faccia capire sempre di più i fattori aspecifici della psicoterapia e quelli specifici di ogni tipo di trattamento che ci renda sempre più consapevoli della rilevanza della persona del terapeuta, dell’influenza del set(ting) e della relazione (termine chiave nel nostro campo) e del lavoro formativo necessario in questa direzione. Il discorso è lungo ed interessante, poiché potrà portarci a capire sempre di più quale progetto terapeutico sarà utile fare per ogni paziente ed evitare “fondamentalismi che viaggiano secondo il proverbio siciliano “chi afferra un tuco è so” (chi afferra un turco è suo).

Sono anche curioso di conoscere il pensiero degli altri colleghi coinvolti e ad aprire il dibattito con loro, segnalando anche il fatto che nella già citata S.P.R. queste tematiche sono da tempo all’ordine del giorno e con esse si cerca di confrontare le ricerche che portiamo avanti.

 

P.S. la visione della medicina che emerge dall’articolo mi sembra semplificata  e del resto l’A. ammette che la maggior parte dei medici, rifacendosi alla propria professionalità, non la condivide. Anche perché, se chiudiamo in protocolli standard la medicina e le togliamo l’esperienza clinica ed il rapporto medico-paziente, essa va a diventare ingegneristica e da affidare ai computer. È questo che si vuole fare in psicoterapia? Magari per riprovare l’antico tentativo che diceva che la psicoterapia la fanno i medici aggiornato in “la fanno gli psicologi, purché abbiano un pensiero medico obiettivistico che lasci pieno campo alla farmaceutica”. Sarebbe un bel paradosso in un momento in cui le neuroscienze parlano da Edelaman a Robertson, a Siegel, fino ad arrivare a Rizzolati con i neuroni specchio e della centralità della relazione umana e dell’esperienza per lo sviluppo celebrale e della capacità del cervello di condividere l’altro e “mettersi nei suoi panni”. Quando leggo queste cose penso a due battutacce. Una è che essendo in buona parte siciliano ed insieme lettore di Foucault, credo di sapere riconoscere l’assalto alla diligenza ed al potere, quando lo vedo. Secondo, mi viene da chiedere a  chi sostiene la non importanza di queste cose, se per lui sarebbe stato irrilevante vivere con una madre gravemente depressa. Tanto questo è irrilevante e non scientifico.

Chiara Santi

Author: Chiara Santi

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