Greenberg «Hurry Down Sunshine» – «Quell’estate mia figlia impazzì» di Oliver Sacks –

Non esiste una cura per la sindrome maniaco-depressiva, ma è possibile conviverci valendosi di vari aiuti: le medicine, la comprensione dei suoi meccanismi […] senza tralasciare la psicoterapia

fonte: Corriere.it

«Il 5 luglio del 1996 mia figlia è diventata matta». Inizia così, senza preamboli, il libro di Michael Greenberg, Hurry Down Sunshine ( Il giorno in cui mia figlia impazzì), per poi passare a narrare gli eventi con foga quasi torrenziale. La malattia esplode all’improvviso: Sally, la figlia 15enne di Greenberg, da qualche settimana è molto eccitata: ascolta in continuazione le Variazioni Goldberg di Glenn Gould con il walkman, legge un volume di sonetti di Shakespeare quasi tutta la notte.
Greenberg scrive: «Apro il libro a caso e trovo un groviglio di frecce, annotazioni, parole cerchiate. Il tredicesimo sonetto sembra una pagina del Talmud, i margini sono talmente pieni di commenti che il testo al centro quasi scompare». Sally scrive anche delle poesie, che ricordano quelle di Sylvia Plath. Il padre le legge di nascosto e le trova strane, ma non pensa che l’umore o le attività della figlia abbiano tratti patologici. Da bambina Sally ha avuto difficoltà di apprendimento, ma ora le sta trionfalmente superando e sta scoprendo per la prima volta le sue capacità intellettuali. Questa esaltazione è normale in una quindicenne molto dotata — almeno così sembra.
In quel caldo giorno di luglio, però, Sally crolla. Ferma le persone in strada investendole con un fiume di parole, pretendendo di essere ascoltata, scuotendole; poi si butta in mezzo al traffico, convinta di poter fermare le macchine semplicemente con la forza della volontà (un amico pronto di riflessi riesce a trascinarla via appena in tempo). Qualche giorno prima, osservando alcune bambine giocare, Sally ha avuto una visione: si è convinta che abbiamo perso la «genialità» originaria e illimitata che Dio ha dato a ciascuno di noi e crede che la sua missione sia quella di aiutare gli altri a recuperare questo dono. È questa idea che la induce a rivolgersi a sconosciuti per strada; il suo bizzarro comportamento deriva dalla sensazione di avere dei poteri speciali. I suoi genitori lo capiscono quando, il giorno dopo, la interrogano.
Più che dalle sue appassionate convinzioni, però, il padre e sua moglie sono sorpresi dal suo modo di parlare: «Pat e io siamo scioccati, non tanto da quel che dice ma da come lo dice. I suoi pensieri prorompono e si accavallano in una sfilza di parole scombinate; ogni frase si sovrappone alla precedente, lasciandola incompleta. Siamo confusi, abbiamo difficoltà ad assorbire la quantità di energia che sgorga dal suo corpo minuto. Sally gesticola, protende il mento… il suo desiderio di comunicare è così impetuoso da essere un tormento. Ogni parola è per lei come una tossina che deve espellere dal corpo. Più parla più diventa incoerente, e più diventa incoerente più sente l’urgenza di farsi capire! Guardandola mi sento impotente, ma anche galvanizzato dalla sua vitalità».
Si potrebbe chiamare mania, follia o psicosi — uno squilibrio chimico nel cervello — ma si presenta come un’energia primordiale. Greenberg la paragona a «una rara forza della natura, come una bufera o un’alluvione: distruttiva, ma a modo suo anche stupefacente». Questa energia senza freni somiglia a quella che accompagna la creatività, l’ispirazione o il genio, e in effetti è così che Sally la sente in sé — non una malattia, ma l’apoteosi della salute, la liberazione di una parte di sé profonda e fino ad ora repressa.
I genitori di Sally sono sconcertati quanto lei, anzi di più, perché non hanno la sua folle sicurezza. Si chiedono se faccia uso di qualche droga, Lsd o magari peggio; se si tratti di un problema che le hanno trasmesso per via genetica, o se le hanno fatto qualcosa di terribile in una fase critica dello sviluppo. Lo ha sempre avuto dentro di sé, anche se si è scatenato così improvvisamente? Sono le domande che si fecero anche i miei genitori nel 1943, quando mio fratello Michael ebbe a quindici anni un episodio di psicosi acuta. Vedeva «messaggi» dappertutto, pensava che i suoi pensieri venissero letti o trasmessi, aveva eccessi di uno strano riso convulso e credeva di essere stato trasportato in un altro «regno ». Allora gli allucinogeni erano una rarità, quindi i miei genitori, che erano entrambi medici, si chiesero se il suo comportamento fosse causato da una malattia, come una disfunzione tiroidea o un tumore al cervello. Alla fine capirono che mio fratello soffriva di psicosi schizofrenica. Nel caso di Sally i test clinici escludono problemi legati alla tiroide, all’uso di droghe o a tumori. La sua è «solo» una psicosi maniacale, acuta e pericolosa (tutte le psicosi sono potenzialmente pericolose, almeno per l’incolumità del paziente).
Si possono avere episodi di esaltazione maniacale — o di depressione — (avere fissazioni o allucinazioni, perdere di vista la realtà) senza essere psicotici. Sally però ha varcato la soglia, e in quel caldo giorno di luglio è accaduto qualcosa, qualcosa si è spezzato. Improvvisamente è diventata un’altra persona — ha un aspetto diverso, parla in modo diverso. «Tra noi ogni punto di contatto era svanito», scrive il padre. Ora lo chiama «padre», invece di «papà», e parla con «una voce forzata, falsa, come se recitasse battute imparate a memoria»; «i suoi occhi castani di solito caldi sono vitrei e scuri, come ricoperti da una mano di lacca ».
Da principio i genitori si sforzano di credere (come fa anche Sally) che lo stato di eccitazione sia un fatto positivo, non una condizione patologica. La madre prova a vederlo sotto una luce New Age: «Sally sta passando un periodo così, Michael, ne sono sicura; non è una malattia. È una ragazza molto spirituale… Attraversa una fase essenziale della sua evoluzione, è il suo cammino verso un dominio più elevato».
Greenberg la pensa in modo simile, James Joyce con la figlia Lucia a Parigi nel 1924 anche se si esprime in termini più prosaici: «Anch’io volevo credere a una cosa del genere, credere che fosse un progresso, una vittoria, l’atteso sbocciare della sua mente. Come si fa però a distinguere tra la “divina follia” di Platone e un discorso senza senso? Tra l’entusiasmo e l’incoerenza? Tra chi è profeta e chi invece è “clinicamente pazzo”?» (Greenberg fa notare che James Joyce si era trovato in una situazione simile con la figlia Lucia, schizofrenica. «Le sue intuizioni sono incredibili», diceva Joyce. «Se c’è in me una scintilla gliel’ho trasmessa, e il suo cervello ne è stato incendiato». Dirà poi a Beckett: «Non è una folle che vaneggia, ma solo una povera bambina che ha cercato di fare troppo, di capire troppo»).
Ma presto diventa chiaro che Sally è davvero psicotica e ha perso il controllo di sé, e i genitori la portano in una clinica psichiatrica. Dapprima lei è contenta, pensando che infermiere, assistenti, psichiatri siano le persone più adatte a capire le sue intuizioni, il suo messaggio. La realtà, però, è brutalmente diversa: Sally viene rinchiusa e sedata con tranquillanti. La descrizione che Greenberg dà del reparto ha i toni densi e ricchi di un romanzo e presenta una serie di personaggi degni di Cechov. All’ospedale non cercano di capire Sally — la sua mania è trattata anzitutto come un problema medico, uno squilibrio chimico del cervello, da affrontare in termini di neurochimica. Purtroppo Sally non risponde al litio, che si è dimostrato fondamentale per molti pazienti con problemi maniaco-depressivi, e i medici devono quindi ricorrere a forti dosi di tranquillanti, che sedano la sua eccitazione ma la lasciano stordita e apatica. Per il padre, vedere la figlia adolescente in quello stato da zombie è quasi altrettanto scioccante che vederla sovraeccitata.
Dopo ventiquattro giorni di questo trattamento, Sally viene dimessa, anche se ha ancora idee fisse e deve continuare a far uso di tranquillanti. Fuori dell’ospedale incontra una terapista eccezionale, che la tratta da essere umano e cerca di capire i suoi pensieri e sentimenti. La dottoressa Lensing si rivolge a lei in modo assolutamente diretto. «Scommetto che senti di avere un leone dentro di te», sono le prime parole che le dice. «Come fa a saperlo?». Sally è stupita e abbandona ogni sospetto. La dottoressa Lensing continua a parlare della sua mania come se fosse una specie di creatura, un altro essere dentro di lei. Cerca di indurre Sally a distinguere la sua psicosi dalla sua vera identità, a distaccarsi dalla psicosi in modo da vedere la complessa e ambigua relazione che ha intessuto con essa. (La psicosi «non è un’identità», le dice seccamente). Ne parla con il padre, perché è necessario che anche lui capisca, se si vuole che Sally migliori.
«Sally non vuole essere isolata, è proiettata verso l’esterno e questo è un fattore estremamente positivo. Desidera essere capita, e non solo da noi: anche lei vuole capirsi». La dottoressa Lensing considera il desiderio di Sally di tornare ad avere dei sinceri contatti con gli altri, di capire e di essere capita, di buon auspicio per il suo ritorno alla salute, il ritorno alla terra. L’abbandono definitivo delle folli altezze della mania è per Sally quasi altrettanto improvviso dello scatenarsi della malattia avvenuto sette settimane prima. Dice Greenberg: «Sally e io siamo in cucina. Ho passato la giornata a casa con lei, lavorando a una sceneggiatura.
“Vuoi una tazza di tè?”, le chiedo.
“Sì, mi andrebbe, grazie”.
“Con latte?”.
“Sì, e miele”.
“Due cucchiaini?”.
“Sì. Li metto io. Mi piace guardare il miele colare giù dal cucchiaio”.
Qualcosa nel suo tono attira la mia attenzione: l’inflessione della voce, il modo diretto e caldo di parlare. Non la sentivo così da mesi. I suoi occhi si sono addolciti. Cerco di essere cauto, per timore di ingannarmi, ma il cambiamento è evidente. È come se fosse avvenuto un miracolo. Il miracolo della normalità, dell’esistenza ordinaria… Mi sembra di aver vissuto per tutta l’estate dentro una favola. Una bella ragazza viene trasformata in una pietra indifferente o in un demone. È separata dalle persone care, dalla lingua, da tutto quel che era suo. Poi l’incantesimo si rompe e lei si risveglia… ».
Dopo l’estate di pazzia, Sally ritorna a scuola — con ansia, ma decisa a riprendersi la sua vita. Dapprima non parla della malattia, e apprezza la compagnia delle tre amiche che nella classe le sono più affezionate. «Spesso — scrive il padre — la sento parlare con loro al telefono, in modo intimo, tagliente, pettegolo: l’atteggiamento allegro di una ragazza sana ». Dopo qualche settimana di scuola, e dopo averne discusso con i genitori, Sally racconta alle amiche della sua psicosi: «Loro la accettano senza problemi. Essere stata in un reparto psichiatrico rende Sally importante. È una sorta di credenziale. È un luogo che le amiche non conoscono. Diventa il loro segreto». Sally riacquista la salute, e qui la storia potrebbe avere fine. La sindrome maniaco- depressiva, però, ha la particolarità di essere ciclica, e in un post-scritto al libro Greenberg dice che Sally ha avuto due ricadute: la prima dopo quattro anni, quando era all’università, la seconda dopo altri sei anni. Non esiste una cura per la sindrome maniaco-depressiva, ma è possibile conviverci valendosi di vari aiuti: le medicine, la comprensione dei suoi meccanismi (in particolare riducendo al minimo le situazioni di stress come la perdita del sonno e facendo attenzione a captare i primi sintomi dell’eccitazione maniacale o della depressione), senza tralasciare la psicoterapia.
Per profondità, ricchezza e intelligenza, Hurry Down Sunshine va considerato un classico del suo genere. Quel che lo rende un libro unico, però, è essere narrato dal punto di vista di un genitore straordinariamente aperto e sensibile, un padre che, senza mai cedere al sentimentalismo, mostra una notevole capacità di capire i pensieri e i sentimenti della figlia e una abilità rara nel trovare le immagini e le metafore giuste per descrivere stati d’animo quasi inimmaginabili.
Decidere di «raccontare» e di pubblicare il resoconto dettagliato della vita di un paziente, di mostrarne la vulnerabilità e la malattia, è una questione moralmente delicata, piena di pericoli di varia natura. La lotta di Sally con la psicosi non dovrebbe rimanere una faccenda privata e personale? Perché suo padre dovrebbe mostrare al mondo le sofferenze della figlia e della sua famiglia? E quale potrebbe essere la reazione di Sally al vedere esposti pubblicamente i suoi tormenti e le sue esaltazioni di adolescente?
Scrivere questo libro non è stata una decisione rapida o scontata né per Sally né per il padre. Greenberg non ha iniziato a scrivere nel 1996, durante la malattia della figlia; ha aspettato, meditato, assorbito l’esperienza. Ha discusso a lungo con Sally e solo dopo più di dieci anni ha sentito di poter trovare l’equilibrio, la distanza e il tono giusti per scrivere Hurry Down Sunshine.
Anche Sally è giunta alla stessa conclusione, esortandolo non solo a scrivere la sua storia, ma anche a usare il suo vero nome, senza pseudonimi. È stata una decisione coraggiosa, considerando il marchio col quale sono ancora bollati i malati mentali.
È un marchio che colpisce molti, perché le malattie maniaco-depressive esistono in tutte le culture e affliggono almeno una persona su cento. In questo momento ci sono al mondo milioni di persone, alcune anche più giovani di Sally, che devono affrontare quel che ha passato lei. Hurry Down Sunshine è un libro lucido, umano, illuminante; è una specie di guida per chi deve avere a che fare con le regioni oscure dell’anima, ed è utile anche ai familiari, agli amici e a tutti coloro che vogliono essere vicini ai loro cari in difficoltà. Forse ci ricorderà anche quanto è stretto il lembo di normalità nel quale ci muoviamo, tra gli abissi della mania e della depressione che si aprono ai suoi lati.

© 2008 by Oliver Sacks (Traduzione di Maria Sepa) JEANLOUP SIEFF, «INA A EAST HAMPTON, NEW YORK» (1963)

Oliver Sacks
15 marzo 2009

Fabio Fareri

Author: Fabio Fareri

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2 Comments

  1. Sicuramente leggerò questo libro, per capire meglio un mondo al quale anche io appartengo.
    Soffro da sei anni anch’io di manie maniaco deppressive, la prima volta ho interrotto la cura dopo pochi mesi credendo di essere guarita, ma in seguito alla seconda ricaduta, avvenuta due anni dopo e in modo ancora più violento, ho iniziato a curarmi e non ho più smesso.
    Prendo degli psicofarmaci e continuo la psicoterapia, ormai sono passati quasi 3 anni dall’ultima ricaduta..
    so di non essere guarita, probabilmente non guarirò mai, ma so riconoscere le paranoie e le so controllare.
    Sono cambiata irreversibilmente e sinceramente preferivo vivere costantemente su quella sottile soglia che mi separava dalla follia ma che mi rendeva viva.
    Tuttavia, i momenti acuti della malattia sono stati i giorni più bui della mia vita e preferisco barattare la mia vitalità emotiva con una serenità forse un pò artificiale ma che mi consente di interagire con il mondo senza cadere nella trappola delle paranoie e delle manie.
    Se qualcuno ha vissuto esperienze simili, mi piacerebbe molto che me le raccontasse, condividere questo problema lo rende più tollerabile.

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  2. Sono unteressa ad uno scambio di esperuenza

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